tante le forme di esclusione che non…vediamo


tante le forme di esclusione che non…vediamo

 

2.540.000 risultati in 0,25 secondi otteniamo dal motore di ricerca per “inclusione” insieme alla  declinazione in undici categorie, da quella sociale a quella scolastica, a integrazione o al suo contrario, l’esclusione; poiché il motore di ricerca non fa altro che gerarchizzare i termini sulla base della frequenza con cui vengono da noi ricercati, è evidente che il termine inclusione è ben diffuso in ogni ambito. Ci siamo abituati a sentirlo pronunciare come il focus di ogni realtà problematica, e come l’unica strategia percorribile per una convivenza rispettosa di sé e dell’altro, al punto da legittimare il sospetto che abbiamo così tanto necessità di sentircelo ripetere perché in fondo non abbiamo ben compreso come agirla né come e quando metterla in atto. Il sospetto è tanto più evidente poiché in  questo clima di attenzione ad aprirsi all’altro, permangono inalterate e come invisibili, dunque ignorate e addirittura fraintese, tante forme di esclusione.

Si manifestano con prepotente naturalezza, ripetute e diffuse nella quotidianità con una disinvoltura di comportamento da lasciarci ammutoliti; evidentemente sono inconsapevoli forme di esclusione di sé e/o dell’altro e dunque costituiscono un problema ancora più sottile, in quanto nascosto, non percepito e dunque non oggetto di analisi, tanto meno di tentate soluzioni, insomma sono problema della peggiore specie.

Queste subdole forme di esclusione, sia pure brevemente, meritano di essere esposte alla luce dei riflettori. Non sono quelle di cui abbiamo netta percezione, come l'esclusione sociale degli anziani, l’aumento del rischio di marginalizzazione per erosione delle capacità e delle risorse delle persone, o l’instabilità nel mercato del lavoro e la conseguente disoccupazione trasversale di donne, uomini e giovani, non sono neppure i meccanismi di esclusione propri del passato che Internet evidentemente ripropone nel presente con forza del tutto nuova per disparità di accesso alle nuove tecnologie. Si tratta di progressiva e talvolta irreversibile esclusione silente e di cui il soggetto permane inconsapevole, anzi a cui inconsapevolmente collabora.

     Soffermiamoci solo su un dettaglio: la nostra società si presenta giovanilista e apparentemente (in apparenza appunto!) attenta alle nuove generazioni, e dunque osserviamo se e come si fa carico di tutelarle da queste plurime forme di esclusione. Escludendo da questa riflessione il rischio di esclusione sociale dei giovani per povertà di mezzi e risorse, realtà più volte denunciata e nello scorso 2017 anche dal rapporto della Caritas (nella fascia di età 18-34 anni è povero 1 su 10 e il rischio povertà ed esclusione sociale tocca il 37% dei giovani italiani. Chiedono viveri, vestiario, accesso alla mensa, servizi di igiene personale, poi sussidi economici per il pagamento di bollette/tasse, canoni di affitto o spese sanitarie.http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/caritas-37-pef-cento-dei-iovani-a-rischio-esclusione-sociale-e9ab8331-6b12-4f40-b043-b5ea0a909b3a.html). Limitiamoci solo ad una infida forma di esclusione, che riguarda ragazzi e adolescenti liberi da bisogni primari, nel mondo che per eccellenza è stato indicato come in grado di azzerare le differenze e offrire a tutti le stesse opportunità (sic!): il mondo della rete e della ipertecnologia. L’età dell’adolescenza, caratterizzata dalla ricerca di un’identità e di un modello, rende il soggetto che la vive  confuso, scontento di sé,  dunque maggiormente sensibile ed esposto al bisogno di appartenenza. Nel tentativo di soddisfare questo bisogno, si consuma la progressiva esclusione sociale attiva e/o passiva (viene rifiutato attivamente e direttamente dal gruppo o semplicemente ignorato)  dell’adolescente, nella totale o quasi distrazione degli adulti. Il bisogno di appartenere ad un gruppo (quello dei coetanei, permanentemente connessi alla rete)già avvertito fin dall’infanzia e ingigantito in adolescenza, spinge ognuno ad una forma di imitazione, di uso smodato di strumenti tecnologici che tuttavia non colmano affatto e anzi aggravano le diversità, le disuguaglianze legate ad esempio ai diversi livelli di scolarizzazione e di istruzione, disuguaglianze nella vita digitale che influiranno su fattori determinanti per le scelte di vita, come la ricerca del lavoro, gli acquisti, l'apprendimento, l’imprenditorialità, la socializzazione, ecc.

http://www.stateofmind.it/2015/04/disuguaglianza-digitale/

Internet occupando sempre più spazio nella vita quotidiana degli adolescenti sta creando nuove forme di svantaggio sociale e da alcune ricerche appare evidente che coloro che non sono “adeguatamente” connessi tendono ad avere una vita più difficile.

Che il bisogno di appartenenza sia un bisogno psicologico fondamentale, la cui mancanza produce numerosi effetti negativi, è convinzione condivisa.   Nella sua nota piramide dei bisogni Maslow (1954) pone il bisogno di appartenenza nella scala ascendente verso l’autorealizzazione, al terzo gradino, subito dopo i bisogni primari fisiologici e quelli di sicurezza. Nel 1995, Roy. F. Baumeister e Mark R. Leary in “The Need to belong: Desire for interpersonal attachments as a fundamental human motivation” sostennero che l’ipotesi di appartenenza (Belongingness hypothesis) consente alle persone di creare prontamente delle relazioni sociali in più condizioni che resistono alla dissoluzione dei legami esistenti.

La domanda che è bene porsi riguarda il come questa appartenenza si costruisce, quali elementi quantitativi e soprattutto qualitativi la compongono?

 L’appartenenza al gruppo dei coetanei è inclusione, o permane a livello di cercata e non ottenuta condivisione, una ambigua forma di marginalizzazione,  atta a assumere i contorni  di autentica esclusione sociale, fisica e/o emotiva?

Quanti adolescenti hanno in se stessi risorse per poter gestire una rielaborazione dell’evento e quanti più semplicemente si arrendono e si rassegnano?

[Baumeister, Roy F.; Leary, Mark R. (1995) “The need to belong: “Desire for interpersonal attachments as a fundamental human motivation” Psychological Bulletin, Vol 117(3), May 1995, 497-529.

Maslow A. (1954) “Motivazione e personalità” Armando editore]

http://www.psychondesk.it/bisogno-appartenenza-ed-esclusione-sociale/

È solo un dettaglio, la punta di un iceberg gigantesco una montagna di ciò che non c’è, di ciò che manca all’adolescente lasciato dagli adulti senza una guida educativa: mancate conoscenze, non allenate abilità, non acquisite competenze, mancata autonomia, non capacità di lettura critica della realtà, assenza di motivazioni, di interessi, ignoranza del gusto di una conquista faticosa, mancanza di autostima, non allenata resilienza, mancata capacità di individuare e resistere alle pressioni esterne (dettaglio nel dettaglio: bullismo e cyberbullismo), assenza di un futuro …Una somma di assenze che produce un elenco di segni più: più vulnerabilità psicologico-emotiva dell’adolescente, più staticità e indolenza, più solitudine, più ansietà …

E gli adulti? Forse loro sono autonomi e capaci di gestire la sfida del bisogno di  appartenenza? Sembrerebbe di no, anche gli adulti rischiano l’esclusione, ma ciò che è ancor più grave è la loro acquiescenza di fronte al fenomeno, l’atteggiamento di supina accettazione o, più frequentemente, di critica maldestra e inefficace nei confronti delle giovani generazioni, in definitiva, il loro sostanziale rifiuto di assunzione di responsabilità. Numerosi  ricercatori forniscono dati sui diversi e preoccupanti aspetti di questo problema, ad esempio sull’ utilizzo di smartphone, tablet e computer. Partendo dai dati emersi da uno studio nazionale (americano) longitudinale (Monitoring the Future, MtF) (Johnston et al., 2016) sul tempo trascorso al cellulare, tablet e computer Twenge e colleghi hanno indagato sul livello di felicità dei ragazzi e le loro interazioni sociali con e senza mediazione di social e smartphone.

È emerso che gli adolescenti americani più dediti all’utilizzo dello smartphone  (giocando ai videogame e facendo uso dei social media) erano più infelici di quegli altri adolescenti che investivano il loro tempo in attività che non coinvolgevano l’utilizzo di cellulari, quali sport, lettura di riviste e interazioni sociali faccia a faccia, uscendo a giocare/chiacchierare con gli amici.

I ricercatori credono che sia il tempo dedicato all’utilizzo degli smartphone a fare la differenza: gli adolescenti che hanno riportato maggiori livelli di benessere e felicità hanno dichiarato di utilizzare i digital media per meno di un’ora al giorno.

Non è l’astinenza da smartphone a determinare la felicità, ma indubbiamente l’infelicità aumenta costantemente all’aumentare del tempo passato davanti allo schermo.

[Jean M. Twenge è autrice del libro “iGen: perché oggi i ragazzi Super-connessi crescono meno felici e completamente impreparati per l’età adulta” (2017), http://www.stateofmind.it/2018/02/smartphone-felicita-adolescenti/]

           Si diceva che non è altro che la punta di un immenso iceberg. È compito degli adulti, educatori in primis prenderne atto e agire il proprio ruolo con l’efficace sostegno del counseling.

 

Cordialissimamente,

Giancarla Mandozzi

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