Domini esperienziali e modello di sviluppo del talento (parte 1/2)


Sosteniamo che la “crescita personale” sia un percorso ed un processo relativo ai seguenti domini dell’esperienza; nel senso che ogni esperienza, ogni percorso, ogni processo ha una natura tendente all’espressione che fa riferimento alla direzionalità, alla capacità di azione, all’emozione del movimento ed alla sua stessa strategia adattiva e creativa.  I quattro domini sono i seguenti:

1.       Direzione – Senso – Progettualità

2.     Fronteggiamento - Azione – Sostegno

3.     Piacere – Passione – Talento

4.     Perseveranza – Dedizione – Metodo

 

Cosa sono i domini dell’esperienza? Possiamo definirli semplicemente come l’insieme delle “componenti” che allo stesso tempo orientano e sostanziano l’esperienza: il senso che diamo alla nostra esperienza, la forza che mettiamo nell’agire, il piacere di fare, la strategia che implementiamo per affrontare le situazioni di vita.

Tale processo deve essere, inoltre, contestualizzato all’influenza delle funzioni di relazione/esplorazione che caratterizzato la vita dell’organismo: per esempio, che succede ad un dominio quando si sbilancia sulla funzione relazione? E quando si sbilancia sulla funzione esplorazione? Come posso sviluppare la mia direzionalità restando attaccato al “grembo”, come posso sviluppare la mia forza e la mia capacità d’azione se non sono consapevole della mia direzionalità e mi limito ad acquisire direzioni imposte da altri? E d’altra parte è possibile pensare una funzione di esplorazione che sia distaccata e separata dall’esperienza della relazionalità? Quali sono i rischi o le degenerazioni di un piacere di agire che non tenga presenti gli altri, l’ambiente, il contesto? Quali i rischi e le degenerazioni di una dedizione assoluta slegata dal sostegno di cui abbiamo bisogno e dalla comunità in cui viviamo?

In questo senso, provocatoriamente, ci verrebbe da parafrasare Giambattista Vico quando parla della “caduta” dell’uomo chiedendosi: quali sono le condizioni che determinano la “caduta dell’uomo” e quando ha luogo una siffatta caduta?

In breve, si può dire che la caduta ha luogo quando l’uomo non è più in grado di alimentarsi alle sorgenti profonde e remote dei sensi e della fantasia, quando egli perde il contatto con il proprio passato e cede ad una progettazione puramente egoistica. La perdita della memoria del passato e la perdita del contatto con i sensi, con l’ispirazione, con la fantasia crea l'uomo senza radici e senza linfa vitale. Credendosi artefice unico ed arbitro assoluto della sua storia, l'uomo rompe con gli ideali della verità, della giustizia e della sacralità della vita, di cui misconosce la trascendenza e che riduce a puri e semplici pretesti egoici (Vico).

Proprio per questo risulta necessario ed urgente interrogarsi sull’integrazione e sull’equilibrio come risorse fondamentali per una crescita che sia al tempo stessa crescita individuale, relazionale e sociale in un processo in cui l’aspetto socio-relazionale non tenda a cancellare l’aspetto individuale e, viceversa, gli aspetti individuali-intrapersonali non vadano a ledere quelli relazionali e legati alla comunità di appartenenza ed al bisogno di essere e sentirsi appartenenti.

Ne viene che ogni progettualità ed ogni direzionalità debba essere pensata congiuntamente al bacino di appartenenza

Ne viene che ogni capacità di azione (l’agentività in genere) debba essere pensata congiuntamente ad un contesto che la sostanzia, che la sostiene e che le conferisce forma

Ne viene che le nostre passioni e i nostri talenti debbano essere pensati sia come “piaceri” per l’individuo che come “doni” per gli altri e per la comunità

Ne viene che l’impegno che profondiamo nel mondo, la dedizione che impieghiamo nelle nostre attività, le strategie che adottiamo per “avere successo” non possano essere pensate se non nella piena consapevolezza dell’esistenza del mondo, dell’ambiente, delle altre persone, della vita di comunità, del territorio che abitiamo.

 

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