Religione e violenza...?


Kamikazepalestinese_2C’è stato un tempo in cui, si dice, sul nostro pianeta hanno convissuto, due specie di ominidi molto diversi tra loro, il bruto neanderthal ed il fine homo sapiens. Oggi, molti sostengono infatti che i due con ogni probabilità si siano trovati faccia a faccia e con buona approssimazione, la loro convivenza, di certo non pacifica, abbia portato all’estinzione della specie meno adatta, o per meglio dire meno evoluta e quindi meno adattatasi all’ambiente in continua evoluzione. Molto si è detto sul piano storico, evolutivo, biologico o comportamentale sulle due specie ma poco da un punto di vista del significato simbolico di un tale scontro.
Questo è un vero peccato, poiché in esso potrebbe essere nascosto il “perché” degli avvenimenti attuali in talune regioni del nostro globo, ove si parla troppo spesso di “vite sacrificate “ in nome della propria religione.
Per farlo non possiamo fare a meno di ripercorrere il filo del pensiero di Renè Girard, il primo grande teorico che si è occupato dello studio di un tale fenomeno.

La persecuzione violenta, sembra assurdo, ma secondo Girard, provocorebbe ad un certo punto nel gruppo persecutore, un senso di “sollievo collettivo” sempre maggiore, fino ad arrivare al momento in cui il benessere del gruppo, che di volta in volta esso prova dopo aver linciato un proprio membro, viene attribuito alla vittima stessa come agente perseguitato, ed ecco nascere la sua divinizzazione. (Fabio Brotto).

A ben osservare tale fenomeno, ci si rende conto come la nostra civiltà sia stata attraversata in modo trasversale da accadimenti simili, anzi, si può dire con serenità che proprio grazie a detto fenomeno nasce la civilizzazione attuale, così come la vediamo. La persecuzione del neanderthaliano, del cristiano, di interi popoli per terminare con l’olocausto ci da la dimensione di cosa intendiamo dire. In ogni caso l’esaltazione del perdente ad una sorta di divinizzazione, certo non immediata ma sempre presente, rende tutto questo quasi “rituale” facendo divenire la persecuzione perpetuata nei confronti di chi soccombe un vero e proprio atto sacro.

Chi soccombe in effetti, eretto a ruolo di capro espiatorio, riscatta il “tutto il male” a vantaggio della collettività vittima che diviene a questo punto addirittura divinità. Questo archetipo, poiché è chiaro a questo punto che trae origine dagli albori del genere umano, è probabilmente anche alla base della nascita del divino stesso, ovvero quella scintilla che rende l’uomo diverso dall’animale. Sempre secondo René Girard, la religione ovvero la messa in atto del rito che pone in unione con il divino, nasce per noi uomini, proprio su un ara sacrificale insanguinata. In tal senso allora non ci sorprende più il moderno connubio tra religione e violenza. Non di meno ora possiamo vedere, come il sacrificio di Gesù, atto sacro per eccellenza, ed occasione di riscatto per il suo popolo dal “peccato originale”, sia altresì atto di nascita di nuovo culto o divinizzazione, quello cristiano. Ada_1 La vittima sacrificale in primo luogo, subisce una trasfigurazione da animale e quindi perseguitabile a qualcosa di diverso, l’impersonificazione della divinità stessa, così come è per l’agnello sacrificale che da bestia diviene oggetto di culto ovvero offerta a Dio, simbolo di purezza e dignità di partecipare alla mensa divina e donare all’uomo che lo sacrifica, pace, serenità o anco prosperità e buon auspici. (Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo…..). Girard porta il fenomeno religioso, punto sia di partenza che di arrivo della sua ricerca, al centro dell'interesse dell'antropologia contemporanea. Egli sviluppa una nuova e 'rivelatrice' teoria sulla religione e ritiene che l'azione sacrificale sia necessariamente 'misteriosa', sottoposta cioè ad un misconoscimento: i fedeli non conoscono e nemmeno devono conoscere il ruolo che nei sacrifici è svolto dalla violenza. Alcuni sistemi rituali sostituiscono allora gli esseri umani minacciati dalla violenza con animali, altri sistemi li sostituiscono invece con altri esseri umani giacché "in fondo non c'è nessuna differenza essenziale tra sacrificio umano e sacrificio animale”, o almeno così è nel simbolo. Onore al coraggio ed alla dignità di chi morendo ha pronunciato frasi che non lo cancelleranno mai dalla umana memoria della società di appartenenza (“Vi faccio vedere come muore un italiano…”) e ciò proprio perché in quel preciso momento per trasfigurazione impersonificava l’intera sua collettività, rendendo un’atroce e banale morte, un sacrificio, un martirio.

Ovviamente, ci appare ora chiara la differenza tra religione, quale culto fatto di ritualità e divino come oggetto “ a noi ignoto”, estraneo, irrangiungibile ed il sacro. Persino i Kamikaze della seconda guerra mondiale seguivano una simile logica nel loro connubio sacralità-atto belligerante, e non di meno ieri come oggi venivano divinizzati.

La liberazione di Gerusalemme da parte dei crociati, a svantaggio dell’ “infedele”, fu talmente crudele che si narra nelle cronache: “in alcuni luoghi ove la battaglia fu particolarmente cruenta, si camminava letteralmente nel sangue”. Inutile enumerare e dilungarsi sulle attinenze o assonanze con quanto avviene ai giorni nostri, in medio oriente, ove la morte del singolo riscatta la collettività. Le guerre sante di allora poco si discostano dalle guerre sante di oggi, moderne crociate in cui di diverso esiste per certi versi solo la tecnologia, perché, ricordiamolo, hanno comunque un solo filo comune “il sangue” fraterno, quello di chi pur non sapendolo segue le stesse leggi dell’umana vulnerabilità verso l'ignoto.

BIBLIOGRAFIA:
R.Girard, La violenza e il sacro, tr. it. Adelphi, Milano 1980
Il Sacro, La Violenza e la letteratura Fabio Brotto
R. Girard, Il sacrificio, edizione italiana. Raffaello Cortina editore
GIRARD: VIVA L'APOLOGIA di Robert Migliorini
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