Le resistenze al contatto nella relazione di orientamento


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In un percorso di orientamento secondo il metodo della Gestalt le resistenze la contatto ci possono essere di grande aiuto per comprendere alcuni aspetti della persona a cui stiamo offrendo la nostra consulenza e, allo stesso tempo, possono aiutare il cliente a prendere consapevolezza su risorse personali, atteggiamenti e comportamenti su cui investire per attivare il processo di cambiamento di cui è protagonista in quel momento.

Il lavoro con le modalità di resistenza al contatto avviene in tutte le fasi della relazione di aiuto. La finalità della consulenza orientativa è quella di mettere il cliente in condizione di comunicare alcune delle sue difficoltà personali e l’esperto deve essere in grado di osservare e comprendere: le resistenze al contatto rappresentano una griglia di lavoro valida al raggiungimento dello scopo a cui tende l’orientamento fornendo una lettura fenomenologica che sarà utile all’orientatore per formulare con il cliente il proprio progetto professionale e/o di vita.  Fare orientamento significa, infatti, interrogarsi ogni volta insieme al proprio cliente su quale possa essere l’ipotesi migliore per dare un significato alla sua vita, modificando alcuni condizionamenti e imparando ad accettare o a convivere con quanto non è possibile cambiare.

Le resistenze al contatto cosi come descritte da P. Clarkson, in “Gestalt Couselling”, (Sovera Edizioni, 2004): La resistenza la contatto è il modo attraverso il quale l’individuo interrompe la “naturale tendenza a incidere e a esplorare per salvaguardare il suo senso di attaccamento e di dipendenza nella relazione”.  L’individuo con la resistenza al contatto mette in atto un’interruzione momentanea oppure cronica alla sua tendenza verso il soddisfacimento di un bisogno o verso la ricerca del piacere per salvaguardare una tendenza più importante in quell’istante: percepire la permanenza del senso di attaccamento e di relazione con l’altro.

L’introiezione
Introiezione significa “essere governati da doveri interiorizzati”
P. Clarkson


L’INTROIEZIONE è il meccanismo con cui noi iniziamo ad assumere cibo, idee, regole dalle persone che sono significative nell’ambiente. 
E’ la modalità con cui la persona si sente soddisfatto di se fa coincidere i propri bisogni con quelli dell’altro e dell’ambiente.
Attraverso le introiezioni la cultura ci trasmette le norme, i codici di comportamento, il linguaggio.

L’introiezione definisce dentro di noi i “devo” e i “non devo” che rendono accettabili o inaccettabili le nostre idee, i nostri valori, le nostre azioni. Le persone che abitualmente introiettano mancano di un senso interiore di auto-direzione o di auto-regolazione riguardo ai propri bisogni. I loro introietti sono estranei alla persona stessa, sono degli inflessibili e totalitari  “devi sempre...” .

La proiezione
Proiezione, vedere negli altri ciò che non riconosco in me stesso.
P. Clarkson


La PROIEZIONE è una modalità con cui l’individuo si disappropria di aspetti e di caratteristiche di sé e li attribuisce all’altro.
La proiezione fa si che una persona mantenga separate le caratteristiche di sé di cui è consapevole da quelle di cui non è consapevole. Colui che proietta utilizza gran parte della propria energia per mantenere fuori di sè ciò che reputa inaccettabile per la stima di sé. Rinunciando a recuperare le caratteristiche che attribuisce agli altri si sperimenta spesso impotente per effettuare un cambiamento, riversando la responsabilità della sua incapacità sugli altri, arrabbiandosi, criticandoli, scoraggiandosi.

La Retroflessione
Retroflettere significa “volgere indietro”
P.Clarkson

La RETROFLESSIONE è la modalità con cui l’individuo rivolge a se stesso ciò che potrebbe fare a qualcun altro o vorrebbe che qualcun altro facesse a lui.
Quando l’individuo retroflette, utilizza la propria energia all’interno dei confini in un sistema isolato, autosufficiente e che basta a se stesso.  Chi retroflette  chiede a se stesso ciò che potrebbe avere anche dall’altro; si pone come un severo osservatore dei propri comportamenti e fa il genitore inflessibile di se stesso. Sviluppa una forte capacità di autoriflessione, di analisi e di lettura dei fatti e dei comportamenti. Ha accentuato questa caratteristica/risorsa avendo trovato un ambiente poco sensibile ai suoi modi spontanei ed esuberanti; inoltre, in quelle situazioni in cui ha reclamato una particolare cura o attenzione su di se, non l’ha ottenuta.
Chi retroflette raggiunge la convinzione di essere poco interessante per l’altro e anziché reclamare, avvalora con i suoi comportamenti la convinzione che è preferibile non chiedere nulla o poco a chiunque. Egli prova ad assolvere da sé alle proprie richieste, non chiedendo ciò di cui ha bisogno; non si apre facilmente all’altro, sviluppa un bisogno di pensare a lungo prima di agire, procrastinando o impedendo la messa in azione.

La deflessione
Deflessione significa deviare il contatto con un’altra persona.
P. Clarkson


La DEFLESSIONE è la modalità che consente all’individuo di sminuire il contatto, di raffreddarne gli effetti, di deviare il contatto su un obiettivo diverso da sé o da quello che gli altri hanno fissato.
La deflessione è una capacità usata da persone che sanno dire cose anche dure o difficili senza colpire direttamente l’interlocutore. A volte diventa un modo di comunicare, girando intorno alle cose e non arrivando mai al punto. Quando l’individuo deflette investe la propria energia per evitare di centrare l’obiettivo a cui è diretta, evitando in questo modo di fare affermazioni, definire situazioni, completare compiti o sviare l’aggressività di qualcuno su di sé. In questo modo la persona non viene mai allo scoperto, potendo utilizzare generalizzazioni, giustificazioni e motivazioni che distolgono l’attenzione da sé o dall’obiettivo reale.

La confluenza
“la confluenza è la condizione in cui l’organismo e l’ambiente non sono differenziati l’uno dall’altro. I confini non sono indistinti come tra il feto e la madre”. P. Clarkson
La CONFLUENZA è la modalità che l’individuo utilizza per ridurre le differenze con l’altro.
Quando l’individuo usa la confluenza, smorza la sua curiosità verso la novità, annulla le differenze, evitando la sensazione della separazione dall’altro, di cui ha grande timore.
La confluenza impone la delega totale delle proprie scelte all’altro. Il confine–contatto è confuso con quello dell’altro, le emozioni che si percepiscono sono spesso le medesime....come quando si è innamorati. Nella persona che va alla ricerca di una vicinanza disfunzionale o che si fonde nelle relazioni, c’è sia l’incapacità a tollerare la differenza nell’altro, sia l’avversione ha scoprire le risorse del sé. Quando la confluenza si manifesta come un insano miscuglio di sé con la situazione, per esempio con il proprio lavoro, accade che il sé personale e il ruolo professionale diventano indistinguibili.

La comprensione delle proprie e dell’altrui modalità di resistenza al contatto ci permette di rendere più efficace un processo orientativo. Come?

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