Mi guardo allo specchio e vedo...il mio cane!


Mi guardo allo specchio e vedo…il mio cane!

 

L’articolo di Ermanno Azzolini (pubblicato su www.counselingItalia.it il 14/2 scorso) che valuta le possibili sinergie tra counseling e pet therapy nel supporto alla persona, mi paiono come un invito personale a scrivere le mie riflessioni sull’argomento.

Sono un veterinario per piccoli animali, laureata da 20 anni e sono sempre stata molto affascinata dalla valorizzazione della relazione tra uomo e animale, in quanto mi ritengo garante non solo della salute, ma anche del benessere dell’animale, come previsto per i veterinari da un documento del Comitato Nazionale di Bioetica e implicito nella definizione di salute dell’OMS.

Grazie allo studio della zooantropologia, sono riuscita ad approfondire scientificamente questo argomento (bisogno fondamentale per un medico!): si tratta infatti di una disciplina che nasce come scienza comportamentale applicata e che ha come obiettivo lo studio e la dimostrazione del rapporto uomo-animale, al fine di riuscire a giustificare il bisogno secolare dell’uomo nei confronti degli animali.

 

Ho provato quindi a concretizzare il mio interesse di veterinario per la relazione uomo-animale in un corso universitario per esperto in Pet Therapy. Le terapie e le attività, anche educative, assistite dall’animale rappresentano infatti una delle applicazioni più diffuse e più studiate in cui la relazione dell’uomo con l’animale può dare un esito beneficiale dimostrabile. In queste attività gestite secondo i principi della zooantropologia, l’animale non rappresenta un semplice strumento o un simbolo, ma è assolutamente considerato un partner relazionale in grado di comunicare qualcosa all’uomo e di stimolare in lui un cambiamento dal punto di vista emozionale, motivazionale o cognitivo, o addirittura fisico nelle vere e proprie terapie in cui il co-terapeuta animale è per lo più un cavallo o un cane.

Oggi che sono anche un counselor questi concetti, che sono alla base della relazione d’aiuto, mi sono chiari, allora un po’ meno. Il counseling infatti mi ha aiutato a trovare la quadratura del cerchio anche nella relazione tra uomo e animale, terapeutica e non.

La costruzione di una relazione terapeutica/assistenziale con il partner animale è in grado di provocare un beneficio all’uomo, se condotta secondo parametri ben precisi che tengano in mente gli obiettivi desiderati. Alla base di questa relazione deve comunque esserci una visione dell’animale rispettosa della sua alterità, ovvero della sua soggettività, in quanto partner e non strumento; della sua diversità in quanto essere vivente dotato di caratteristiche ed esigenze proprie e della sua peculiarità, ovvero del suo particolare modo di vedere la realtà.

Il cane è sicuramente l’animale domestico che maggiormente si presta, grazie alle sue caratteristiche di specie, a costruire con l’uomo relazioni dialogiche, ovvero in cui i due partner si riconoscano reciprocamente.

Il cane come l’uomo è un essere sociale, per la sua sopravvivenza necessita la vita in branco (animale in origine, oggi anche umano). Questa sua esigenza primaria ha fatto sì che sviluppasse doti come l’empatia, la congruenza e l’accettazione incondizionata. Il cane infatti è molto trasparente nel manifestare ciò che prova o che desidera (l’importante è conoscere il suo linguaggio!), accetta incondizionatamente il partner umano, non pone vincoli, né giudizi e la sua osservazione, se fatta con competenza etologica, permette l’immedesimazione.

Secondo il principale teorico in Italia della zooantropologia, il dott. Roberto Marchesini, per costruire una relazione dialogica con l’animale è necessario “antropodecentrarsi” ossia, effettuare un decentramento dal proprio essere uomo: questo significa quindi “uscire gradualmente dalla propria prospettiva di uomini ed entrare in quella di un’altra specie, osservandone gli usi e cercando di farsi accettare attraverso un lento lavoro di mimesi” (Machesini R., Zoomimica con il cavallo. ESE e SIUA, da www.siuamagazine.com , 2011).

Mi pare di leggere in questa visione il concetto di rispecchiamento tipico della relazione d’aiuto e per le sue caratteristiche di specie il cane può essere considerato proprio uno specchio per il proprio partner relazionale.

L’intelligenza sociale di cui è dotato e che lo rende per questo simile all’uomo, insieme ai neuroni specchio per l’appunto presenti nel suo sistema nervoso quanto in quello umano, gli consentono di costruire naturalmente delle relazioni empatiche, in cui è addirittura in grado di anticipare l’intenzione del suo partner umano, laddove si è instaurato un buon affiatamento di coppia.

La capacità del cane di leggere la comunicazione non verbale e anche l’anima dell’uomo, offre un’ottima opportunità per chi, intenzionato a lavorare nel campo della relazione d’aiuto, con partner animale o senza, desideri imparare a conoscere un po’ meglio se stesso e contemporaneamente ad esercitare la comunicazione empatica.

Per il cane, come per l’uomo, in quanto animali sociali, la comunicazione è un bisogno primario, perché permette di mettersi in relazione con il gruppo. Nel caso di un gruppo misto di questo tipo l’unica” lingua” che abbiamo in comune, anche se non sempre ne siamo consapevoli, è quella non verbale: per entrare in relazione con il nostro cane è necessario porci in attenta osservazione del suo diverso comportamento, del suo linguaggio non verbale, del suo modo di manifestare sensazioni ed emozioni; allo stesso tempo dobbiamo essere assolutamente autentici per dare al nostro interlocutore la possibilità di comprendere il nostro modo di muoverci e di esprimerci anche con la più piccola gestualità, di cui dobbiamo diventare consapevoli se vogliamo instaurare con lui una comunicazione efficace.

Questo, a mio parere, è il maggior beneficio che l’uomo può trarre dalla relazione con l’animale: la possibilità di conoscere meglio se stessi a partire da una relazione che abbia come obiettivo conoscere l’altro.

 

 

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