Che cos’è il Counseling ?

Domanda tanto semplice quanto insidiosa, alla quale hanno tentato di dare risposta centinaia di manuali, se non altro augurandosi di offrire almeno qualche certezza a chi ancora studia come “apprendista stregone” o, lasciate le “sudate carte”, ha deciso di affrontare una strada stretta, tortuosa, scivolosa e, se permettete, pure in salita !

Cit.  Franco Biancardi (collega counsellor)

 

A me è sempre piaciuta questa frase di Carl Rogers, talmente popolare da essere proposta finanche nella “Settimana Enigmistica” o scritta nei messaggi dei Baci Perugina:

 

“Quel che sono è sufficiente, se solo riesco ad esserlo”.

 

Enigmatica?

Impressionante?

Probabilmente sì, per i pochi che non hanno mai sentito parlare di Rogers

( e che non si dilettano con la Settimana Enigmistica o non assaporano i Baci Perugina ).

 

Senza dubbio lo è, per chi è abituato a porsi domande e cerca risposte, preferibilmente non convenzionali.

 

Questa frase di Rogers rappresenta (secondo me) l’essenza del Counseling.

Mi richiama immediatamente l’idea delle straordinarie energie interiori che ogni Essere Umano possiede e che, troppo spesso, sono sconosciute a lui stesso, o che non riesce a sviluppare ed a servirsene, per cui è costretto (o preferisce?) affidarsi totalmente a qualcuno che, di peso, lo trascini fuori dal tunnel.

 

Più complessa la faccenda del “Quel che sono è sufficiente…” !

Ognuno è sufficiente a se stesso?

Ciascuno ha in sé le energie sufficienti per diventare quel che desidera diventare?

Ce ne sono tante, di spiegazioni…

 

Se nelle Sacre Scritture è scritto che “Dio creò l’Uomo a Sua immagine e somiglianza” allora credo che l’Uomo sia diretta emanazione divina, una scintilla della Luce, e che a ciascuno, su questa Terra, sia affidato un compito o semplicemente godersi la felicità.

 

Si tratta, in altri termini, della vecchia questione della Realizzazione di una Vita degna di essere vissuta, ciò che, al giorno d’oggi, viene sbrigativamente liquidata come necessità di un “Progetto di Vita”.

 

Posso quindi definire il Counseling in termini di “opportunità” nel senso di conoscere se stessi, di acquisire consapevolezza delle proprie potenzialità imparando a svilupparle, di riuscire a superare gli inevitabili momenti della vita in cui ci sentiamo giù.

 

Ritengo che ogni e qualsivoglia problema rappresenti un’opportunità, un segnale che il nostro Essere ci invia affinchè ci decidiamo ad attrezzarci non solo e non tanto per uscirne ma quanto per prendere finalmente consapevolezza che c’è qualcosa in noi (o c’è qualcuno) che va gettato alle ortiche e c’è qualcos’altro (o qualcuno) che merita di entrare a far parte della nostra vita.

 

Il Counseling viene anche definito come “relazione d’aiuto”.

 

Penso che si tratti della sinergia che si viene a creare fra due Persone, una certamente che fa da scaffolding all’altra, ma comunque sempre due Persone che s’incontrano e dialogano.

 

Se è vero, com’è vero, ciò che afferma Rogers, nell’espressione “relazione d’aiuto” fa capolino, ancora una volta e nonostante tutto, un’idea che, sommariamente, alcuni riferiscono ad una “direttività” di matrice medica.

Ma facciamo replicare lo stesso Rogers:

 

“Con il termine relazione d’aiuto mi riferisco ad una relazione in cui almeno uno dei due protagonisti ha lo scopo di promuovere nell’altro la crescita, lo sviluppo, la maturità e il raggiungimento di un modo di agire più adeguato e più integrato. L’altro può essere un individuo o un gruppo. In altre parole una relazione d’aiuto potrebbe essere definita come una situazione in cui uno dei partecipanti cerca di favorire in una o ambedue le parti una valorizzazione maggiore delle risorse personali del soggetto e una maggiore possibilità di espressione”.

 

In qualche Scuola di Counseling ci si ostina a identificare il Counselor come un “agevolatore”. Io ritengo che, nel contempo, con questo aggettivo, si affermi solo una mezza verità trascurandone altre certamente altrettanto o ancor più importanti.

 

Qualche didatta si spinge fino a parlare del Counselor come di un professionista della maieutica, una sorta di discepolo di Socrate prestato non si sa bene a quale Scienza.

 

Non esageriamo, o meglio non attribuiamo al Counselor fardelli di cui non deve farsi carico.

 

Tuttavia, sono disposta anche a sostenere un’essenziale verità (dal concetto di Essenza) che deriva dal principio fondante l’Educazione, cioè "trarre fuori", il che significa muovere dal presupposto che consiste nel "trarre fuori ciò che si è", cioè “diventare quello che si è” (Pindaro) e che, quindi, fin dal momento della nascita, ogni Essere Umano ha in dotazione naturale poteri, vale a dire potenzialità.

 

Anche in riferimento a quanto ho messo prima in risalto, mi convince molto l’idea che il Counselor sia colui che, dico io, nella stanza buia e con le finestre chiuse e sbarrate in cui si trova il cliente, apra le finestre, lasciando entrare aria fresca, ed inviti a guardare il panorama da vari angoli visuali (cioè aiuta a vedere ed a scegliere nuove prospettive).

 

Non mi convince affatto, al contrario, l’idea che il Counselor sia un “compagno di viaggio”. Preferisco pensarlo come un viaggiatore più esperto che mostra una mappa al cliente per decidere insieme quale strada imboccare.

Sarà poi il cliente a percorrerla; la vita è sua e allora, se può, se vuole, cammina da solo, senza stampelle o Big Brothers che gli alitano sul collo.

 

 

 

L’identità culturale del Counselor.

 

Volendo fare una prima sintesi, Counselor non può essere chi non crede nel Valore Ontologico dell’Uomo, chi non crede nella sua Unicità ed Irripetibilità, chi pensa che non possa esistere Unità nella Diversità, chi ritiene che la diversità esista per davvero e trascura il fatto che l’apparente diversità individuale non è altro che una delle infinite possibilità dell’Essere, chi non riesce ad avere una visione positiva di ciascun Essere Umano, ritenendolo in tal modo un custode di Energie potenti e positive.

 

Quanto all’accoglienza, non si finisce mai di completare il suo gigantesco, composito, multiforme e variopinto puzzle. Sono state scritte infinite pagine sull’accoglienza.

I didatti si affannano a spiegare in tutti i modi possibili ed immaginabili il concetto di accoglienza ai futuri Counselors.

 

Per quanto mi riguarda l’accoglienza è, semplicemente (non semplicisticamente) la capacità di rispecchiamento del Sé nell’Altro da Sé. Cito solo la famosissima e divulgatissima teoria dei “neuroni specchio”.

In effetti, io attribuisco estrema importanza alla condivisione emotiva che si viene a creare, a quella che comunemente viene definita come “relazione emotiva” ma che personalmente amo chiamare ed immaginare “ponte emotivo”.

 

Il ponte mi dà l’idea di un collegamento fra le due sponde fra le quali scorre un corso d’acqua che, a volte, può essere tranquillo, se non addirittura sonnolento, altre volte più irruento, agitato, talvolta trasformarsi e ingigantirsi nella sua travolgente esuberanza.

Il counselor ed il suo cliente si incontrano al centro del ponte, luogo ideale del rapporto di dialogo e di condivisione, terreno neutrale in cui ogni pensiero o velleità personale sembrano attenuarsi, fino a sparire per lasciare campo aperto all’incontro delle anime.

 

Penso che sia questo il vero senso della “parità”.

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