Le domande che fanno bene all'amore


all_you_need_is_loveIl bisogno di amore, di amare ed essere amati è un bisogno primario degli esseri umani, come il cibo e la sicurezza.

Amare e essere amati significa vedere l’altro, apprezzarlo, stimarlo, provare gioia della sua vicinanza, condividere la nostra intimità fisica, sessuale, intellettuale, emozionale. Rispettarlo e rispettare i suoi bisogni, anche se non possiamo o vogliamo esaudirli.

Questo bisogno ci spinge verso l’altro, ci infiamma, ci esalta. Ma dopo il periodo ‘luna di miele’ in cui la passione ti fa vedere l’altro come un dio o una dea scesa sulla terra per la tua felicità e ti sembra di toccare vette di piacere e mai provate prima, arrivano i momenti difficili, le incomprensioni, le asperità, i litigi, le ferite.

 

 

Vorresti una relazione armoniosa, condividere momenti felici da ‘Baci Perugina’, da ‘Pasta Barilla’ e invece ti trovi davanti a una persona ‘immatura’, ‘egoista’, ‘dipendente’, ‘appicicosa’ e via di seguito.

Quello che succede in realtà è che troviamo la persona giusta per noi, quella che si incastra benissimo con la nostra struttura psichica e con la nostra storia familiare. Attiriamo e siamo attratti da chi ci è simile, nell’amicizia e ancor di più nella relazione amorosa.

La relazione ti mette a nudo, l’altro ti fa da specchio.

Nell’altro vediamo ciò che di noi stessi non vogliamo vedere.

Cerchiamo qualcuno che ci faccia sentire come siamo abituati ad essere trattati.

Se sei stato deprivato o invaso o entrambe le cose, troverai un altro come te ma che magari reagisce in maniera opposta a te. Alla base però c’è la stessa esperienza.

 

Cerchiamo amore ma creiamo dipendenza e allora la relazione diventa faticosa, oscilla tra desiderio e frustrazione. Tra avvicinarsi ed allontanarci, magari a turno: quando uno si  avvicina l’altra si allontana e viceversa.

In ogni caso ciò che viviamo è dove siamo in questo momento. È inutile incolpare l’altro, il tango si balla in due. In ogni relazione, o meglio in ogni relazionarsi la responsabilità di ciò che accade è equamente suddivisa al 50%.

Ci piaccia fare le vittime o arrabbiarci, è utile sapere che per ogni vittima c’è un carnefice pronto, che verrà attratto dalla nostra paura, dal nostro senso di non valore, dalla nostra disistima, dal non saper rispettare e dal non manifestare i nostri bisogni.

 

Subire brontolando, o con dolore, arrabbiarsi o vendicarsi, scappare, allontanare l’altro o chiudersi in se stessi sono solo strategie che non vanno alla radice del comportamento speculare. Alla radice c’è la nostra scarsa autostima, o senso di sé. Se non siamo cresciuti in un ambiente amorevole avremo difficoltà a ricevere e di conseguenza a dare amore.

Un bambino è totalmente dipendente dall’ambiente, un neonato senza adulti accudenti non può sopravvivere. Ma è stato provato in molte ricerche[1] che un bambino a cui si accudisce senza però elargire affetto crescerà con gravi carenze emozionali mettendo a rischio la crescita fisica e intellettuale, fino a portarlo, nei casi estremi, alla malattia e alla morte.

 

Un bimbo deprivato o invaso avrà due strade implodere o esplodere con varie gradazioni fino a idee e azioni di suicidio e/o di  rabbia assassina.

Come sempre l’unica  cosa è partire da noi stessi. Prendere atto del nostro bisogno di amore.

Imparare a darci amore, accettare la paura, la rabbia, il dolore, la vergogna. Tutti sentimenti collegati. Imparare a guardarci consapevolmente senza giudicarci è la strada che ci libera.

 

Invece di colpevolizzare l’altro o se stessi è buona cosa chiedersi:

Cosa c’è qui per me, cosa viene portato alla luce da questa situazione?

Cosa posso imparare su di me?

Cosa so e non so di sapere, di questa relazione?

E ancora,  posso chiedermi, rovesciando il punto di vista, se per esempio manco di rispetto all’altro, o se l’altro mi manca di rispetto

Io rispetto l’altro?

Rispetto me stesso?

Spesso la risposta arriva in un secondo momento o a livello cosciente non arriva affatto, ma l’importante è porsi queste domande.

 

La nostra mente ha bisogno di chiudere le questioni aperte e quindi anche lasciando la domanda in sospeso mettiamo in moto un meccanismo di ricerca che ci porta a percepire se,quando e quanto noi in realtà non rispettiamo gli altri e soprattutto non rispettiamo noi stessi. Perché una persona che si rispetta, rispetta anche gli altri. Una persona che accoglie i suoi bisogni e se ne prende cura, accoglie e rispetta di bisogni dell’altro anche se rimane libera di soddisfarli o meno.

L’importante è porsi con compassione davanti alle nostre ‘debolezze’ non giudicarci per questo, altrimenti rientriamo nella non accettazione di sé, nella disistima, nel non rispetto.

 

Guardiamoci come persone in crescita, in evoluzione. Non ci sono errori, solo movimenti che suscitano altri movimenti di cui tener conto, così ci insegna Hellinger.

Possiamo arrivare a ringraziare l’altro per averci fatto vedere delle cose di noi che non percepivamo con chiarezza. E se anche l’altra persona desidera vivere la relazione non solo come ricerca di appagamento ma anche come momento di crescita, allora possiamo condividere questa consapevolezza che riguarda entrambi, guardandoci l’un l’altro con compassione e con amore. Perché entrambi siamo lì.

 

Poi da dove siamo, quindi nella consapevolezza e nel rispetto, siamo liberi di scegliere tra le molte strade che si aprono a noi proprio grazie a questa accresciuta consapevolezza che ci libera dal legame e ci riporta al nostro centro.



[1] La prima ricerca in tal senso è stata attuata da Spitz e Wolf  nel 1946,

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