L’imperfezione …un punto di forza


L’imperfezione …un punto di forza

            

Cos’ha portato l’uomo dalle caverne allo spazio? I suoi sbagli e le sue sbavature. Così Telmo Pievani, nel suo recentissimo libro. [1]

L’uomo e il mondo evolvono grazie alle loro imperfezioni, perché l’errore è il motore del cambiamento, porta con sé grandi margini di trasformazione. Invece un meccanismo perfetto non migliora, rimane statico. Il nostro cervello è un esempio meraviglioso di plasticità, organo flessibile che si è evoluto nel tempo coi continui aggiustamenti e compensazioni; le parti limbiche, quelle delle emozioni, si sono innestate su quelle frontali che già governavano il razionale.

 

Rispetto alle altre specie viventi -spiega Telmo Pievani- i nostri antenati erano più deboli, con cuccioli che ci mettono molto a crescere e non sono subito capaci di cacciare. Ma questo vuol dire che hanno più tempo per esplorare e giocare. La conseguenza? Diventano un prodigio nell’imparare, inventano e diventano adulti che creano il fuoco e la ruota e sono più furbi delle altre specie. Paradossalmente, un ritardo nello sviluppo è diventato la nostra arma vincente. [2]

E la tensione che proviamo insistente, irriducibile verso la perfezione?

Il concetto di perfezione, il tendere alla perfezione rende plausibile ai nostri occhi il modello a cui forse possiamo avvicinarci, è un punto essenziale di riferimento per concederci paragoni e stabilire gerarchie di valori.

La molla a perfezionarci, a sentire o voler credere anche con ostinazione che possiamo conquistare un favilla di perfezione magari in un dettaglio e possiamo spenderla/mostrarla come rispondente alla nostra immagine è compagna presente nella vita di ciascuno di noi. È insieme desiderio, bisogno, motivazione, ansia di infinito, è il nutrimento della nostra autostima, spesso ancorata filosoficamente e persino teologicamente all’umano come essere perfettibile e che dunque progressivamente può avvicinarsi alla perfezione. Eppure può diventare limite oltre il quale non abbiamo più dimestichezza di andare, erodendo la nostra capacità creativa e irrigidendoci in rigidi schemi.

Il nostro proposito di tendere alla perfezione è inevitabilmente connesso e condizionato dalla realtà e crea interferenze continue tra ciò che vorremmo essere e ciò che in realtà siamo, tra il nostro modello di vita e il nostro copione di vita che, cresciuto con noi e denso di ingiunzioni e contro-ingiunzioni parentali e non solo,  condiziona di fatto (che ne siamo consapevoli o meno), le nostre idee, le nostre convinzioni, il nostro comportamento (cfr. Eric Berne).

In questa complessità di intenti e dati de facto, ci accade che neppure l’inseguire un modello alto, dimentichi di noi stessi e dei nostri desideri, sacrificandoci per l’altro nella certezza che questo sia perfetto altruismo e abnegazione, al di là dell’intenzionalità e della buona disposizione d’animo, costituisca di per sé valore positivo che ci avvicini alla perfezione.

Presi nel vortice del perfezionismo, restiamo ben lontani dal considerare con una qualche obiettività che cosa significhi sacrificio e quanto fraintendimento nasconda proprio in merito alla generosità e all’altruismo e corriamo il rischio -persino inconsapevolmente- di usare il sacrificio come moneta di scambio per ottenere considerazione dall’altro e aumentare la nostra autostima.

Il modello dell’uomo che si sacrifica prontamente per l’altro non è forse un modello elevato, così elevato da avvicinarci alla perfezione?

Poche autorevoli riflessioni sono sufficienti per comprendere che non è affatto così.

Nella versione orientale sulle tipologie umane, colui che abbraccia nella propria vita il modello sacrificale è definito uomo cammello (versione asiatica dell'asino), bestia da soma che porta tristemente i pesi,  sotto i quali schiaccia la vita; secondo questa interpretazione, l'uomo cammello-asino trasforma il sacrificio considerandolo meta della sua pulsione, in una sorta di condizione ad essere: soffro dunque sono.

Massimo Recalcati, a proposito del sacrificio, citando Friedrich  Nietzsche che in Così parlò Zarathustra descrive l’uomo cammello come colui che chiede il peso e si umilia,  chiede: Cosa guadagniamo come cammello? Ci sacrifichiamo per guadagnare qualcosa?

Come uscire dal fantasma sacrificale? come attraversarlo?

Articolata è la sua risposta: La vita non va confusa con il sacrificio che nega la vita in quanto viva come  enigmaticamente propone Henrik Ibsen in Rosmersholm, La casa dei Rosmer.

Lacan [continua Recalcati] domanda: Hai tu agito nella tua vita in conformità al desiderio che ti abita? Hai agito fedelmente rispetto alla legge del tuo desiderio o hai preferito sacrificare il tuo desiderio e seguire il desiderio altrui?

Il sacrificio non rende meritevoli e piuttosto, se lo tradiamo, facendolo diventare un dovere, è bene che ci rendiamo consapevoli che non c'è nulla di più rivendicativo del vittimismo, un’operazione ricattatoria, per mettere l'altro in angoscia in una posizione di debito. [3]

Per il futuro, sulla base delle esperienze e di questi dati di fatto, piuttosto che proporci di inseguire la perfezione per sentirci meritevoli di elogio o di sfidare la  tecnologia e le macchine che manterranno su di noi una netta priorità per capacità di calcolo, precisione e velocità, potremmo a pieno accettare e sfruttare la nostra singolare, unica prerogativa: la grandezza della nostra imperfezione, un tesoro che abbiamo solo noi e che ci permette di essere creativi e irrazionali. [4]

Cordialissimamente,

Giancarla Mandozzi

 


[1] Telmo Pievani,Imperfezione – Una storia naturale, Cortina, 2019

[2] Telmo Pievani, intervista, 2019

[3] Massimo Recalcati, Lezione Magistrale, Contro il sacrificio, https://massimorecalcati.it/galleria/video/170-contro-il-sacrificio-2

[4] Telmo Pievani, ibidem

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