il qui e ora, il Passato e il Futuribile


il qui e ora, il Passato e il Futuribile

           Vivere nel qui e ora è dimensione che ci avvicina al nostro Bene-Essere; è stato l’invito più pressante e insistito nella nostra formazione di counselor ed è la modalità che agevoliamo e ci auguriamo intraprenda ogni cliente che ci chiede aiuto. Per alcuni è naturale prospettiva di vita, una capacità così spontanea che quasi potremmo definire innata, per tutti gli altri siamo convinti che sia da coltivare come un’abilità, una scelta determinata  e affinata nel tempo con allenamento convinto così che diventi una delle competenze di vita che nutrono ogni individualità. Vivere nel qui e ora permette di circoscrivere ogni nostra esperienza, di vederla e analizzarla a sé stante, come il segmento che mettiamo a fuoco, lasciando sfocato il prima e il dopo; quanto questo portare in figura singole situazioni rispetto allo sfondo, anziché considerarli un tutt’uno inestricabile e confuso, sia prezioso è un dato incontrovertibile. Quando, infatti, tale segmento è piacevole per noi, ci soddisfa e ci imprime fiducia possiamo pienamente  goderne (in assenza di elementi negativi di contorno che lo sciuperebbero) e quando costituisce per noi un problema, ci risulta ben più facilmente risolvibile analizzato in sé, isolato da altri e persino dal nostro vasto e complesso problema esistenziale.

           Eppure, ancora una volta, occorre ammettere che non è così semplice non solo vivere nel qui e ora, ma persino individuarlo. La determinazione che ci spinge a scegliere di limitarci al qui e ora non può prescindere da una matura consapevolezza del fluire del tempo. È nostra convinzione che il Presente sia la sola realtà che si pone tra due nulla (il Passato che in quanto è stato, non c’è più e il Futuro che in quanto non ancora dato, non c’è) e ci accade di interrogarci ricordando Le Confessioni di S. Agostino «Se dunque il presente, per essere tempo, deve tradursi in passato, come possiamo dire anche di esso che esiste, se la ragione per cui esiste è che non esisterà? Quindi non possiamo parlare con verità di esistenza del tempo, se non in quanto tende a non esistere»? O, piuttosto, siamo oppressi da un Passato che …non passa e da un Futuro che anticipiamo con tratti prevalentemente negativi? È innegabile quanto sia grande la fatica interiore per riuscire a prendere le distanze da queste antitetiche visuali, per allentare condizionamenti che ci tolgono energia, ci privano di quel salutare coinvolgimento consapevole in ogni situazione che abbiamo voluto, o che ci ci sorprende arrivando inaspettata. Imparare a gestire il rapporto con il Passato significa accettare che se ciò che è stato non cambierà, non può cambiare, tuttavia  possiamo noi educarci a ri-vederlo da altre angolazioni integrando nel nostro presente ciò che in qualche modo si avvicina al modello che di noi stessi stiamo costruendo. Ed è in questa difficile costruzione del sé che la relazione con il Futuro immaginato e soltanto in parte prevedibile, impegna ogni nostra risorsa, è quell’ad quem che può illuminare il presente o spegnerne ogni motivazione; vedersi nel futuro imminente e poi più lontano è un esercizio che ripetutamente durante il percorso di counseling è utile alla persona in difficoltà per ricollocare e ri-posizionare le proprie priorità, per vedersi dall’esterno e cogliere l’opportunità di recuperare un nuovo equilibrio.

Se il Passato, il nostro Passato può essere ingombrante, il Futuro può essere destabilizzante e nella nostra società tante sono le visioni apocalittiche, che da decenni si sono succedute, di un futuro in cui la tecnologia, lo straordinario apparato che la scienza ha progettato  e affinato nel corso dei secoli, è divenuto così complesso da far temere che noi umani stiamo per perderne il controllo. Se affermazioni del genere potevano essere sostenute settant’anni fa, figuriamoci cosa si può pensare nel terzo millennio, di fronte ai progressi compiuti dall’informatica, dalla cibernetica e dall’ingegneria elettronica. […] La dimensione dell’intelligenza artificiale, della progressiva costruzione di sistemi in grado di imparare, dotati di forme di intelligenza propria, inquieta alcuni tra i protagonisti del mondo della scienza e della tecnologia che esasperano i rischi di una evoluzione che porterebbe a creare sistemi dotati di una intelligenza che li metterebbe in condizione non solo di creare nuove simbiosi tra uomo e macchina, ma di sopraffare e sottomettere l’intelligenza umana. Si è giunti a dire che ci si avvicina pericolosamente a quella che sarebbe <l’ultima invenzione dell’uomo>”. […] L’umano e la sua custodia, si rivelano non come una resistenza al nuovo, ma come una consapevolezza critica di una transizione che non può essere separata da principi nei quali l’umano continua a riconoscersi. Non è impresa da poco, né di pochi. Non basta evocare i rischie del futuro, l’impegno necessario esige un mutameno culturale, una attenzione civile diffusa. (Dall’umano al postumano, in Prometeo, rivista di scienze e storia, settembre 2018, n. 143, pag. 54).

           Il profondo rispetto per l’essere umano torna come àncora e soluzione a problemi contingenti e ipotetici, in ambiti anche lontani dalla psicologia umanistica e dal counseling, come quelli scientifici e con questa strategia comune eviteremo di perdere la nostra umanità, riusciremo ad evitare  in qualsiasi forma si stesse preparando il medioevo prossimo venturo.

Cordialissimamente,

Giancarla Mandozzi

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