Aggiornarsi per vantarsi? Questo è il problema.


Lo stile personale di un counselor deriva fortemente da chi è e chi è stato capace di diventare accettandosi e investendo su se stesso, ma, volendo usare una metafora, è sempre un vestito fatto di una stoffa che trovo non si possa cambiare. Il lavoro su se stessi può quindi ricadere sul taglio dell’abito, sugli accessori, sugli abbinamenti, ma non può essere un impegno teso a trasformare il cotone in seta o la lana in viscosa. Così credo che l’attuazione delle tecniche apprese sia una grandissima risorsa, ma anche un grande tranello, perché potrebbe essere l’atmosfera illusoria che indica competenza là dove penso che bisognerebbe invece avere un atteggiamento di cautela.

Il fatto che il Web e le librerie sovrabbondino di manuali e di testi che hanno come obiettivo quello di porgere ai lettori, a tutti i lettori, le soluzioni pratiche per padroneggiare esercizi, test, giochi, schemi interpretativi, processi applicativi e griglie di azione per migliorare la propria vita ed il proprio lavoro, più ancora per portare gli altri ad agire come si vorrebbe, mi ha fatto pensare che se da un lato è possibile vedere in questo un’opportunità estesa ad un numero sempre più ampio di persone, dall’altra non posso fare a meno di sentire un senso di preoccupazione.

 

Il timore che fa capolino è che questo veicoli un messaggio implicito, ossia che: “basta conoscere il programma per fare andare la macchina”. Per me la questione è molto meno semplicistica, seppure io sia una delle acquirenti che circolano in quelle librerie. Proprio la sensazione positiva che ho provato nel riuscire ad applicare alcune tecniche durante i colloqui di counseling e in formazione mi ha spinta a queste riflessioni, credo infatti che sia opportuno autoinvitarsi a non cedere alla lusinga che potrebbe nascere da se stessi, reputo che essa priverebbe un professionista della sola cosa della quale sento che non si possa davvero fare a meno, che non è la tecnica, bensì il proprio baricentro.

 

Nelle mie esperienze di lavoro con le persone ciò che mi ha consentito (a volte meglio, altre meno) di non dare seguito alle personali risonanze colludendo, o che mi ha portato ad ammettere, prima di tutto con me stessa, che alcuni passaggi, in altri momenti o in un’altra condizione, mi avrebbero trovata meno accorta, quindi anche meno accogliente, non sono state le tecniche, le nozioni ed i libri accumulati, ma il fatto che, per ragioni intensamente personali, ad un certo punto del mio vivere ho scelto di scendere nelle paludi che ci sono dentro tutti noi, di saggiarne la temperatura, la vischiosità, il puzzo e la forza.

 

Fortunatamente non me ne sono dimenticata mentre stavo nella relazione con chi si era affidato a me, ma credo che la padronanza delle tecniche ed una eccessiva fiducia in esse potrebbe invogliare a farlo, ed in questo ravviso un pericolo.

Una buona preparazione è senza alcun dubbio importantissima, addirittura indispensabile, ma in nessun caso la reputo sufficiente, questo perché credo fortemente che sia essenziale che, prima di ogni altra cosa, una persona che voglia farsi guida per qualcun altro, sia umile al punto di non credere che il suo sapere sia una condizione bastevole.

 

Mai come in questo caso ritengo che il sapere diventi piuttosto presunzione di conoscenza, e dalla presunzione difficilmente può scaturire una relazione in cui tutti vincono. Uso la parola vincere intenzionalmente, perché in troppi casi le relazioni (anche quelle di aiuto) diventano questioni di potere ed un esercizio di stile, e questo mi fa arrabbiare almeno quanto mi spaventa.

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