Il cervello immagazzina dati ma non "resetta"


cervello contenitore

Per iniziare e per imparare si comincia con il supporto di due piccole rotelle agganciate alle ruote posteriori, poi di una sola ed infine si arriva a restare in perfetto equilibrio su due ruote. Si dice che andare in bicicletta, come sugli sci oppure nuotare, una volta appreso il metodo non si dimentica più. Questa credenza popolare è stata confermata da uno studio di neurobiologia, condotto dall'Istituto Max Planck di Martinsried, in Germania, e dall'University College di Londra, pubblicato poi sulla prestigiosa rivista scientifica Nature.

I ricercatori hanno dimostrato che l'esercizio mentale di equilibrio e di coordinamento, o la percezione visiva, che a livello cerebrale sono possibili grazie alle sinapsi fra neuroni (il collegamento e lo scambio di informazioni fra cellule nervose), anche se vengono interrotti da elementi esterni, non devono essere appresi di nuovo. Per dirla con un termine informatico il cervello non “resetta” , ovvero non dimentica, non cancella in maniera definitiva. Anche se è un organo che si adatta alle circostanze, cambiando taluni «connotati», lo fa fino a un certo punto.

Questa capacità si chiama «plasticità strutturale» ed è caratterizzata da cambiamenti nella struttura delle sinapsi, dei neuroni e della rete di comunicazione fra questi. La nuova ricerca dimostra, però, che c’è una considerevole differenza tra il numero di nuovi collegamenti fra le cellule, a seconda che un’informazione che arriva al cervello sia nuova o ripresa per la seconda volta. Gli scienziati hanno osservato alcuni topi, i cui cervelli sono stati attentamente monitorati. In una prima fase è stato loro impedito di vedere da un occhio.

I neuroni della corteccia visiva cominciavano subito a stabilire nuove connessioni e cinque giorni dopo le cellule erano già in grado di processare le informazioni da un occhio solo. Tuttavia, recuperando la visione bioculare, i neuroni dei roditori riprendevano l’antica funzione a 360 gradi. Questa scoperta si affianca ad un’altra altrettanto importante, che, spiegando l’origine dei sogni, potrebbe mettere fine alle teorie sulla reincarnazione. I ricordi, infatti, sempre tramite le sinapsi, verrebbero trasmessi al DNA dell’individuo, il quale li archivierebbe per poi estrarli dall’”archivio” al momento più opportuno, ovvero quando si presenta una causa scatenante.

Ciò vorrebbe dire che i sogni che facciamo o il famoso déjà vu (già visto) altro non sarebbero che frutto di ricordi depositati nei nostri geni. Una teoria affascinante ma che è ancora in fase di verifica da parte degli scienziati, i quali ora dovranno dimostrare come questi ricordi vengono riattivati e quale organismo ne opera la selezione.

Lorenzo Lorusso

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