Il counseling, un osservatorio privilegiato


Il counseling, un osservatorio privilegiato

           Da qualche tempo, sto riflettendo sulla plurivalenza della professione di counselor, sui colloqui e i casi che nella nostra professione seguiamo, oltre ad essere un importante elemento di crescita per noi stessi, di consapevole accettazione del cambiamento implicito nella relazione di aiuto, costituiscono un privilegiato osservatorio del sociale delle modalità di rapporti tra persone, delle relazioni interpersonali simmetriche e asimmetriche negli ambirti più diversi.

Perché lo definisco osservatorio privilegiato? Perché, rispetto a tanti altri punti di osservazione che ciascuna professione aperta alla relazione con il sociale  può vantare, il counseling è certamente unico per una serie di elementi che ne costituiscono appunto le peculiarità e la sua specificità.

 

Innanzitutto, il counseling si prende cura delle persone sane e le loro  difficoltà, in ogni ambito (famiglia, lavoro, amicizia, …) sono anch’esse “sane”, intendo dire che sono appunto esempi non patologici della pressione che  ciascuna persona subisce nel e dal contesto sociale, dalle sollecitazioni tecnologiche, modelli, stili di vita proposti/imposti. Che le difficoltà non siano patologiche non significa certo che non debbano essere osservate con la massima attenzione per restituire a ciascuno progressivamente quella libertà a cui, in modo indolore e progressivo, ha rinunciato, come in una forma di eutanasia della mente, alias inconsapevolmente.

Consideriamo due fondamentali peculiarità che qualificano il counseling, in ogni su approccio: certamente prioritarie sono l’ascolto e la centralità della persona, secondo quella impostazione umanistica che dobbiamo a Carl Rogers.

L’ascolto, potremmo meglio dire l’arte dell’ascolto, implica modalità diverse e complementari: attivo, passivo, profondo, nutrito dal silenzio e dalla sospensione del giudizio della persona in aiuto, delle sue convinzioni, delle sue scelte, del suo mondo emozionale, del suo problema. Questo ascolto è il fondamento etico, deontologico della professione di counselor e ha precise implicazioni metodologiche vòlte a definire con doveroso scrupolo la realtà, per non alterarla, evitando che l’interpretazione faccia agio su quanto accade o è oggetto di approfondimento e riuscire a comprendere motivazioni, scelte, convinzioni, copioni.

La particolare competenza nell’ascolto rende possibile la centralità della persona, ognuna con le proprie specificità e tuttavia testimone autentica, proprio per questo, del vivere sociale, dei punti di criticità prevalenti e/o silenti, dei modelli di pluralismo, dissenso e omologazione, dei sogni e bisogni collettivi; una centralità determinante per favorire in ciascuna persona in aiuto una spontanea narr-azione di sé, visuali altre, nuove dimensioni del vivere che coinvolgono non solo il singolo, bensì l’intero contesto e le relazioni interpersonali presenti e future.

Le sopracitate specificità assumono il massimo rilievo nel momento in cui le contestualizziamo in quel processo interattivo che si realizza ad ogni colloquio, per ogni percorso di crescita nel counseling. Il processo interattivo, autentico e continuo fil rouge di tutta la durata della relazione, è l’esplicitazione  della  condizione squisitamente paritaria tra counselor e persona che chiede aiuto. Entrambi vivono la dimensione di autentico dia-logo, di colloquio simmetrico, in cui (diversamente da quanto non di rado credono e si aspettano le persone che chiedono aiuto) il counselor non è dispensatore di consigli, né maestro di vita; per ribadirlo possiamo citare una definizione, tra le tante, di counseling, la definizione data nel ’95 dall’EAC, (European Association for Counselling): Il counseling è un processo interattivo tra il counselor e un cliente, o più clienti, che affronta con tecnica olistica temi sociali, culturali, economici e/o emotivi. Può concentrarsi sulla modalità di affrontare e risolvere temi specifici, aiutare a superare una crisi, migliorare i rapporti con gli altri, agevolare lo sviluppo, accrescere la conoscenza, la consapevolezza di sé e permettere di elaborare emozioni e confini interiori.L’obiettivo globale èquello di offrire ai clienti l’opportunità di lavorare, con modalità da loro stessi definite, per condurre una vita più soddisfacente e ricca di risorse, sia come individui sia come membri della società più vasta”colloqui di sostegno o di aiuto per affrontare problemi relazionali o decisionali.

Processo consapevolmente interattivo è quello in c ui la persona che ha chiesto aiuto imparerà a vivere con l’ambiente, con gli altri già durante il  percorso di counseling in modo da avvertire la responsabilità delle proprie azioni, dei propri atteggiamenti, delle proprie manifestazioni verbali e non verbali e insieme l’interdipendenza con l’esterno: un’abilità essenziale a mantenere il livello della autostima.

 Il counseling, dunque, che trova la sua base teorico-filosofica nella psicologia umanistico-esistenziale, definita Terza Forza della Psicologia, è relazione di aiuto  unica, rispetto a tutte le altre, in cui operatore e persona in aiuto (il cliente) attuano un atteggiamento di reciprocità, di comprensione-ascolto-accettazione.

Il counselor, pur non identificandosi con  lei,  comunica alla persona la sua vicinanza emotiva, il suo porsi al suo fianco e dal suo punto di osservazione per approfondire l’esperienza e individuare altre angolazioni, altri significati. Il  counselor esplora nel qui e ora la problematica che la persona che chiede aiuto sta portando, nel contempo esplora se stesso e le proprie re-azioni a quanto sta accadendo, ed anche la persona che chiede aiuto compie, con la guida e la collaborazione del counselor, un’esplorazione nella sua attuale esperienza, nella relazione e in alcuni frammenti del suo vissuto. È l’esplorazione una delle modalità essenziali per comprendere e comprendersi.

Occupandosi del solo ambito della salutogenesi, il counselor, libero dal dovere di diagnosi, test, giudizi, valutazioni e prescrizioni (che non siano buone pratiche risolutive e  consapevolmente condivise forme di aiuto-aiuto per la persona in difficoltà), è nella ottimale condizione di agevolatore, motivatore empatico che offre e riceve fiducia dalla persona in aiuto. Un aspetto assai pregevole per riuscire a comprendere in profondità l’altro, il suo mondo, il contesto sociale, culturale, dal momento che una simile relazione abbassando notevolmente, talvolta azzerando le resistenze della persona al cambiamento oltre che alla esplicitazione e narr-azione di sé, favorisce un altissimo grado di naturalezza, n utrita dal fidarsi e affidarsi.

Quando nel ruolo di counselor interveniamo per far sì che la persona in aiuto veda e si veda in altra prospettiva per poter trovare una soluzione al suo problema, stiamo offrendo a lei ma anche a coloro con cui la persona si relazionerà d’ora in avanti o dal momento in cui diverrà meglio consapevole di sé e del suo problema,  un’opportunità nuova, quella della riscoperta del campo si senso per ogni nostra scelta [].

Anche se circoscritto, il nostro osservatorio personale di counselor ci consente di conoscere davvero, oltre alle fragilità diffuse, i punti di forza e le risorse della società in cui viviamo. Sono informazioni preziose che implementano la nostra competenza e ci permettono di acquisire modalità di intervento più efficaci in ambiti diversi. Questo osservatorio privilegiato ci consente di comprendere le dinamiche della nostra società, orientamenti valoriali, dis-valori diffusi, mode, tendenze, segnali di cambiamento, stili di vita reali e ambìti; sono informazioni preziose che possono consentirci di monitorare cambiamenti in determini ambiti sociali o fasce di età, a seconda del nostro specifico campo di azione. La  centralità delle risorse umane è fattore determinante per ogni tipo di organizzazione e dunque la valorizzazione delle persone, il loro coinvolgimento, il grado di impegno nel conseguire gli obiettivi sono fattori determinati per il Bene-Essere del singolo e delle comunità che il counseling persegue.

Da questo osservatorio privilegiato, abbiamo nel ruolo di counselor l’opportunità di comprendere e aiutare gli altri a comprendere connessioni e legami strettissimi tra realtà che appaiono lontane e diverse, estranee le une alle altre. Sarà come osservare dall’alto, o forse dal basso, certo con una prospettiva che consenta un minimo di distanza percettivo-emotiva per non farci travolgere; sarà riscoprire interesse per lo studio e la ricerca, per la riqualificazione dell’identità umana rispetto alla macchina, sarà rilevare le potenzialità di benessere o le radici di malessere, le condizioni di vulnerabilità personale e sociale già note e quelle nuove che incalzano; sarà possibile offrire supporto e sostegno a quella meravigliosa tendenza attualizzante che in ognuno di noi è presente: parola di Carl Rogers!

Nei prossimi articoli circoscriveremo qualche esempio di specifici ambiti sociali, di genere, di età in cui il counselor può aiutare a costruire una rete di interventi sempre più precisi ed efficaci non per fornire "la" risposta, ma per illustrarne le implicazioni, intense ed estese, oltre l’immagine che ne viene data e fruita.

 

Cordialissimamente,

Giancarla Mandozzi

 

 

 

 

 

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