UNO, QUALCUNO E CENTOMILA: Il prossimo tuo è te stesso

Inviato da Nuccio Salis

mors tua vita meaUn antico motto dei latini recitava “mors tua vita mea”, per definire qual è l’orizzonte dei rapporti dentro cui si muove il genere umano secondo la comune impronta biologica che ne contraddistingue i suoi appartenenti. La massima sta a indicare il più diffuso ed istintuale dei comportamenti: quello legato alla sopravvivenza. La pulsione di difesa, conservazione e continuità del proprio equilibrio organico, implica un rinomato stato di allerta e vigilanza nei confronti dei propri simili, col quale ci prepariamo in qualche modo alla lotta. Queste genetiche spinte ataviche si riplasmano continuamente nei contesti del vivere odierno, riverberandone tuttavia l’originaria e primordiale natura, soprattutto in riferimento all’inclinazione prevaricante sul prossimo.
Tale tema, si sa, attira da sempre l’attenzione di filosofi, antropologi, e tante altre ramificazioni di varie discipline scientifiche sia naturali che umanistiche.
Progettare la cooperazione, ad esempio, diventa così un obiettivo che spesso assume le fattezze di una battaglia contro i mulini a vento, tanto è il facile sconforto da cui si viene assaliti dal momento che ci giungono in mirabile cascata continue notizie su come il genere umano fatichi (o a volte non provi) a superare la sua bestialità irruente e ad assumersi responsabilità a carattere sociale che favoriscano la causa della vita.
Che la via maestra per la compiuta realizzazione di se passi anche o soprattutto attraverso l’altro, ce lo ha ampiamente spiegato anche l’analisi transazionale, con il suo impianto teorico-pratico dall’ineccepibile forza concettuale e sperimentale. La dimensione dell’ “altrui da me” ricopre un ruolo fondamentale per ritrovare specularmente quell’entità globale del Sè che spesso ricopriamo di comode mistificazioni.
Per questa ragione una delle prime forme di aiuto che si contempla richiama pressoché automaticamente quella della relazione, dell’alleanza funzionale e del legame solidale fra un soggetto offerente aiuto ed un altro deputato a riceverlo.


Per cogliere questa non trascurabile importanza, valida peraltro in qualunque forma e tipologia della relazione costruita, è importante capire che esiste soltanto una possibilità per promuovere un sano accoppiamento relazionale con quell’ “altrui da me” che può in parte contenerci e rispecchiarci; e tale modello di rapporto non può che essere quello del “vita mea vita tua”. Solo all’interno di tale formula non è contemplata la “mors”; si è dunque in assenza della morte, ovvero si è nella dimensione dell’ “a-mors”, cioè senza morte, da cui deriva puntualmente la parola amore, che significa appunto senza morte. Credere nell’amore, nel senso certamente più esteso del termine, significa dunque essere certi che chi ama non muore, e dimora già nell’Infinito, perchè ha già sconfitto la morte e vinto il mondo.
Tutte le restanti formule contengono almeno una parziale o totale presenza dell’elemento di morte, ovvero: “mors mea vita tua” e “mors mea mors tua”. In entrambe le formule, uno dei partecipanti perde. La prima può anche rimandare al nobile gesto del sacrificio, se questo è però scelto autonomamente e per una giusta causa. La seconda rappresenta l’annullamento vicendevole fra le parti. In pratica, una doppia assunzione del ruolo di “loser”, da cui le controparti non soddisfano nemmeno una delle loro istanze, non traggono nessun vantaggio e non modellano costruttivamente la loro esperienza, la loro competenza e le rispettive personalità.
Lo strumento “relazione”, di fatto, è l’attrezzo più efficace e sofisticato di cui un operatore dell’aiuto può disporre, perseguendo attraverso di esso la finalità di realizzare un reciproco patto costruttivo col cliente, pienamente espresso nella formula “vita mea vita tua”, che tradotta nel linguaggio dell’AT ritroviamo sotto la nomenclatura “Io sono OK Tu sei OK”.
L’aspetto notoriamente più ostico consiste nel tentativo di ricondurre il cliente verso l’assunzione di tale formula che, lungi dal diventare uno slogan persuasivo della serie “piccoli beoti crescono”, invade e contagia la forma mentis del cliente, che mediante la sua libera e volontaria partecipazione può decidere di rigovernare la propria esistenza con maggiore sicurezza ed autonomia, imparando il coraggio di scegliere.
Agire sotto la guida costante di tale formula forse non è umanamente possibile; è possibile però assumerne il pieno valore, sperimentarne e riconoscerne la validità.
Del resto, pare sempre più dimostrato che senza aver interiorizzato l’importanza del “vita mea”, viene a mancare nell’individuo l’importante elemento dell’amor proprio. E quindi egli, privo di autostima, si getterà nella rete dei rapporti interpersonali, facendosi strangolare dalle accattivanti briglie dei giochi sociali, dalle quali ricaverà soltanto esperienze rinforzanti l’immagine infausta di se.
La vita ci insegna tutti i giorni che estrovertire del tutto l’amore, indirizzandolo anche per le cause più encomiabili, dimenticandosi di esistere, di aver altrettanto bisogno di ricevere e di tutelare la propria linfa vitale, rappresenta un rischio immane per il proprio equilibrio. Evitare tale minaccia si può, recuperando e coltivando anche l’amore per se, che congiunto alla dimensione dell’altro non potrà trarci in equivoco verso una deriva egoistica.
Il più grande insegnamento su questo aspetto ci viene da Gesù, il quale ci chiede: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Spesso, l’ultima parte della frase non viene sufficientemente analizzata, forse perché si crede, a torto, che l’amore per se esiste già a priori, o che coincida addirittura con la pulsione autoconservativa. Ma l’amore per se è molto più che un programma genetico prestabilito o una risposta meccanica e preformata, che difatti si può osservare anche nel periodo neonatale, senza che si abbia totale coscienza di se. L’amore per se è una conquista che è frutto di un percorso educativo maturo e responsabile, non certo esente da frustrazioni, ma incoraggiante verso la scoperta del valore di se, unico modello efficace di difesa proattiva verso tutto ciò che genera omologazione e dunque disagio.
“Ama il prossimo tuo come te stesso” è il primo insegnamento dell’amore declinato nella versione odierna nella formula “Io sono OK Tu sei OK”. Poiché tutti gli elementi della relazione sono congiunti, senza dualismi. Gesù ci insegna ad amare il nostro prossimo come noi stessi perché il nostro prossimo è noi stessi, in quanto contenitore dello stesso UNO da cui abbiamo avuto origine. Per questa ragione si verifica con inappuntabile precisione la Legge di Causa/Effetto. Ciò che riponiamo nell’altro ci sarà rimesso, poiché se corporalmente siamo differenziati, spiritualmente siamo una comunità, un insieme di forze dello stesso campo, quindi il valore dell’interdipendenza è massimamente importante, quanto lo è a questo punto la nostra responsabilità di immettere in tale campo i nostri propositi migliori.
Quindi, non siamo solo Uno nell’UNO, ma dal momento che anche dentro noi sono riflessi gli altri, siamo anche centomila; e siamo sempre “qualcuno”, per via della nostra unicità irripetibile, mentre la dimensione del “nessuno” è data da quella composizione multistrato di sovrastrutture condizionanti che non ci fanno liberi, perché ci fanno essere tante cose, avere tante possibili identità, annullando però quella più vera.
E’ liberandosi del peso schiacciante di tutte queste apollinee mistificazioni che potremo spontaneamente agire secondo la formula del doppio amore (cioè per noi stessi e per gli altri), saggia, antica, tanto scontata quanto infallibile.
 

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