Senza pietà

Inviato da Sabrina Gatti

Moderna, civilizzata, così definiamo la nostra società, ed altrettanto civili e moderni i componenti di essa, dotati di un livello, di altruismo, sensibilità, comprensione ed empatia verso l’altrui sofferenza, superiore a quello raggiunto dalla razza umana in qualunque epoca della storia, sia essa recente oppure remota, ma sarà poi così vero?

Empatia da "εμπαθεία" (empatéia, composta da ἐν (en "dentro", e ‘’πάθος’’, pathos "sofferenza o sentimento") etimologicamente ‘’sentire dentro’’, ovvero non solo la capacità di comprendere i sentimenti degli altri, che sarebbe già tanto, ma immedesimarsi nella sofferenza del prossimo, facendola propria, immaginando se la sventura, accaduta al nostro vicino, fosse capitata a noi, come reagiremmo, e quale tipo di aiuto ci servirebbe e vorremmo ricevere, non al contrario minimizzare e sminuire le sciagure, per cercare di dare a tutto un senso di normalità, che alla fine passa dal nobile intento di ‘’onorare’’, la persona in difficoltà, chiunque sia e qualunque sia la sua pena, addirittura ad offenderla, liquidandola con il freddo e distaccato invito a ‘’farsi coraggio’’ o a ‘’superare i propri limiti’’ perché ‘’niente è impossibile’’, non ascoltando, anzi , ignorando direttamente , quella che invece è una seria richiesta di comprensione oltre che di semplice aiuto. E’ sintomatico, poi, osservare ed ascoltare attentamente, ciò che, passa attraverso i media, vogliano essere i tradizionali mezzi di comunicazione, come radio, tv e carta stampata, oppure le nuove tecnologie : una bontà, un altruismo, una comprensione tanto grande da risultare gelida, con l’aggravante di veicolare dei messaggi che divengono o risultano , ben lontani dal loro encomiabile e primigenio scopo. Non è umano, non solo moderno e civile, sostenere che ad un disabile basti una protesi, una sedia a rotelle , o qualcuno che senza alcun diritto legale, vada a sorvegliare se qualcun altro, per dieci minuti si approfitta di un parcheggio loro riservato, per dire che tutto è risolto, che non ci sono né disagi né problemi. Oppure creare modelli mitizzati, che in virtù comunque di una posizione privilegiata, non si rendono conto, che invece di veicolare un messaggio di comprensione e di aiuto verso chi ne ha bisogno, avvicinando gli altri ad essi, creano invece muro di freddezza e distacco nel resto della comunità, rendendo obbligatori per tutti, gesti e comportamenti che invece, al di fuori di certe particolari situazioni sono difficilmente replicabili costringendo, al contrario, il cittadino che ovviamente non può sempre incarnare questi modelli, non a ricevere ciò che è giusto con tutto il riguardo e la considerazione dovuta , ma a dover mendicare il suo diritto, quasi non solo non gli spettasse ma fosse addirittura una gentile concessione, se non un gesto di pietà. E’ crudele e disumano, ridurre l’umanità a così ben poca cosa, dato che la dignità umana è sacra e il rispetto dovuto ad ogni individuo, è doveroso ed esula da qualsiasi condizione, poiché non esistono ‘’normodotati’’, ‘’disabili’’, ‘’malati’’, ma solo persone degne tutte del medesimo rispetto, indipendentemente dalla condizione fisica, economica, sociale, in cui si trovano. Come pure banalizzare le gravi malattie, che sempre più spesso colpiscono i membri della nostra società, di qualsiasi età e livello sociale. E’ giusto che una persona che soffre non venga esclusa o peggio, allontanata, a causa di squallidi pregiudizi degni della peste di manzoniana memoria, ma neppure rendere obbligatorio il lavoro fino alla morte, senza magari potersi nemmeno lamentare, poiché bisogna sempre tenere presente, che per fortuna ogni essere umano è una creatura unica, preziosa ed irripetibile, non un robot fatto in serie, abbiamo tutti i nostri punti di forza, come i nostri punti deboli, e quindi non tutti possiamo fare le stesse cose, anche a livello fisico, o sopportare sofferenze indicibili con la stessa resistenza, magari in condizioni di lavoro differenti. Non si può certo paragonare chi ha la possibilità di svolgere un’ occupazione privilegiata, con chi svolge un lavoro usurante, e magari pretendere lo stesso rendimento, con l’aggravante di una disparità di cure e di attenzioni. Tantomeno, definire semplicemente ‘’problema’’, come sempre più spesso si sente dire, la patologia grave, e spesso incurabile di un familiare come di un amico, poiché se da un lato il continuo aumento di diagnosi di patologie importanti, e quindi di relativi ammalati, rende la malattia un nemico sempre meno oscuro, dando a chi ne è afflitto maggiore coraggio nel combattere il mortale avversario, dall’altro non ne sminuisce la gravità ne rende inferiori le forze necessarie per vincere la guerra, di chi in essa si trova coinvolto, dimenticando comunque che l’ausilio nell’infermità e nella malattia, non è solo fatto di farmaci o apparecchiature mediche, ma anche e soprattutto di comprensione, che spesso svanisce in un desiderio di normalità a tutti i costi, che è comunque irreale, e che a meno di una guarigione, che ci si augura sia sempre possibile, non può essere ripristinata solo attraverso, l’illusione che il male o non ci sia, o che sia solo una componente ininfluente nella vita di chi ci sta di fronte nella sofferenza, a cui basta dire ‘’che tanto può fare tutto comunque e non ha bisogno di nessuno’’ , continuando così , tranquillamente, ignorando la realtà, a vivere la propria vita, come nulla fosse. L’indipendenza è un dono prezioso, ma anche la solidarietà disinteressata dei propri simili lo è altrettanto. ‘’Normalità a tutti i costi ’’, un desiderio splendido, ma che in taluni casi, può ustionare il cuore umano come e peggio del ghiaccio, trasformando lo scopo nobile, di fornire aiuto ai propri simili in difficoltà, coinvolgendoli , dandogli speranza , ridonandogli la fiducia in loro stessi ed in tutto ciò che ancora possono costruire per sé e donare agli altri, ad obblighi comportamentali, banalizzando, svilendo, minimizzando, alzando sempre di più l’asticella del dolore e del diritto a lamentarsi per quei ‘’cosiddetti problemi’’, che in realtà sono vere e proprie sciagure, da affrontare , non come molto spesso si fa in questo momento storico, con l’attenzione rivolta ad un bottone staccato o ad un orlo cucito male, ma con la stessa intensità dei postumi di uno tsunami, coraggio, rispetto, ma soprattutto, non il gelo di una comprensione senza pietà, ma solo e unicamente vero amore.   Sabrina Gatti , sociologa, scrittrice, counselor

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