Il Malato immaginario, la sindrome di Munchausen


Malato immaginarioChi è soggetto a quella che in termini clinici viene definita come sindrome di Munchausen,
(spesso una donna) vuole richiamare l’attenzione di chi ha intorno provocando malattie. Viene un po’ da pensare al malato immaginario di Molière, simulare la malattia per attirare l'attenzione, ma spesso la realtà supera la fantasia e per questi soggetti è davvero dura guarirne.

La denominazione “sindrome di Munchausen” fu utilizzata per la prima volta nel 1951 sulla rivista medica “The Lancet” per indicare quelle situazioni caratterizzate da ripetuti ricoveri ospedalieri per la cura di malattie apparentemente acute, di cui il paziente riferisce storie e cause plausibili, ma che si rivelano assolutamente false.
Il nome della sindrome deve la sua origine al barone di Munchausen, personaggio del diciottesimo secolo realmente esistito che combatté a fianco dei Russi contro i Turchi, per poi ritirarsi in un castello dove era solito intrattenere i suoi ospiti con racconti esagerati ed inverosimili. Da qui, oltre ad aver ispirato una serie di racconti su di lui incentrati, si deve il riferimento al nome scelto per la sindrome.
Il DSM IV definisce la sindrome di Munchausen come un disturbo cronico fittizio con segni e sintomi fisici predominanti.
Secondo una ricerca apparsa sugli “Archives of Internal Medcine” più del 5% dei contatti tra medico e paziente avverrebbero per una sindrome di Munchausen, che non va confusa con l’ipocondria poiché la sindrome di Munchausen, al contrario di quest’ultima, si configura come un deliberato tentativo di ingannare il personale medico e paramedico.


La patologia nasce quasi sempre dall’esigenza del paziente di attirare su di sé l’attenzione e di essere oggetto di cura e premura da parte di familiari e dei “curanti” in genere: tipici sono infatti i comportamenti rimuginanti di questi pazienti, sul metodo per convincere i medici a prendere sul serio il proprio disturbo. Quando i trattamenti a cui il paziente si sottopone sono invasivi o debilitanti è possibile rintracciare una componente masochistica e autolesionistica.
Una variante della sindrome di Munchausen è la “Sindrome di Munchausen per procura” (conosciuta anche come sindrome di Polle, dal nome del figlio del barone di Munchausen, morto in circostanze misteriose), ovvero la più grave forma di iper-cura, in cui un figlio è sottoposto a continui e inutili accertamenti clinici e cure inopportune, conseguenti alla convinzione errata e delirante del genitore che il proprio figlio possa essere malato, o conseguenti a danni fisici arrecati volontariamente al figlio con lo scopo del genitore di attirare l’attenzione su di sé.
La ricerca clinica sulle tipologie familiari (ricerca basata sui paradigmi teorici della Terapia Sistemica) evidenzia come i genitori che presentano questo disturbo siano persone con bassi livelli di autostima e con grosse difficoltà nei rapporti interpersonali.
Un ipotesi che tenta di spiegare la sindrome di Munchausen per procura vede il complesso parentale come un micro-sistema ricco di tranquillità e pace da mantenere stabile a tutti costi.
Di conseguenza, la nascita di un figlio rappresenta un momento di passaggio ricco di emozionalità, con un forte riconoscimento sociale dei neo-genitori e con uno sviluppo della comunicazione intrafamiliare che comincia ad essere completamente incentrata sul nascituro: nonni, zii e parenti vari iniziano a rinforzare la madre e il padre nel loro nuovo ruolo. I genitori, per la prima volta, sentiranno di avere un ruolo proprio all’interno della funzione di accudimento del figlio. La loro identità inizierà quindi a strutturarsi nell’immagine di genitori accudenti, che troverà il massimo sviluppo nei momenti di malattia del figlio. Di conseguenza, il bambino collegherà alla malattia l’idea che il suo principale care giver (e non solo) possa essere totalmente concentrato su di lui, accudendolo e soddisfacendo tutte le sue esigenze. Nel momento in cui l’associazione malattia-attenzioni diverrà patologica, il soggetto tenderà a ricercare continuamente una condizione in cui questi è “protagonista”, simulando, di conseguenza, una condizione che attrarrà l’interesse non solo dei suoi cari, ma di una moltitudine di soggetti utili alla propria realizzazione sociale (medici, infermieri, altri pazienti).
La Sindrome di Munchausen per procura, riguarda chiunque induca in modo costante dei sintomi su un´altra persona, in modo che questa venga considerata malata.
I criteri in base ai quali si considera presente la sindrome di Munchausen
sono fondamentalmente quattro:
1. malattia di un bambino causata da un genitore o da qualcuno che è in loco parentis
2. il bambino viene sottoposto a visite mediche prolungate e a trattamenti complessi
3. colui che danneggia il bambino nega di conoscere la causa della malattia
4. i sintomi acuti e i segni della malattia cessano quando il bambino viene allontanato da chi la causa.
Le modalità con cui si manifesta la sindrome di Munchausen per procura sono le più varie.
Può essere attivata un´opera di suggestione per convincere il bambino di essere malato, o possono essere prodotti sintomi somministrando sostanze nocive. Si può attuare la simulazione di una malattia inesistente, o la sua induzione volontaria. A questo proposito va osservata l´estrema varietà dei comportamenti, che vanno dall’omissione di cure(quando un bambino soffre di determinate patologie croniche, asma o allergie) alla somministrazione di sale, droghe o altre sostanze nocive, al soffocamento, arrivando addirittura all’iniezione di feci, urina, saliva, e in particolare veleno di vari tipi.
Ma cosa spinge, ad esempio, una madre a mettere in pericolo il proprio figlio?
Talvolta il comportamento della madre evidenzia un attacco al marito che è un padre emotivamente distante o fisicamente assente; la crisi matrimoniale dà alla madre la giustificazione di vendicarsi dell’uomo che ha accanto e con il quale ha avuto un figlio proprio attaccando il bambino. E´capitato che alcune madri hanno salvato il proprio figlio con la rianimazione cardiorespiratoria per cui sono diventate delle eroine. Lo psichiatra M. Lesnik-Oberstein della Free University di Amsterdam concluse:“l’infanzia di una madre affetta da MSP è caratterizzata da gravi privazioni affettive…il bambino viene ricoverato affinché la madre possa soddisfare indirettamente i suoi bisogni affettivi, peraltro appagati maggiormente con il coinvolgimento nel trattamento pediatrico.
Le conseguenze dolorose e pericolose per il bambino del comportamento materno sono affrontate con il diniego.”
La domanda che dovrebbe sorgere spontanea a questo punto è quale possa essere in questo contesto il ruolo dell’altro genitore, quando ci sia, e come mai possono verificarsi questi tipi di comportamento nonostante l’altrui presenza.
Normalmente, in queste coppie il padre è l’elemento passivo e, normalmente, la madre appare come la persona che decide all’interno della coppia e della famiglia.
In molti casi la differenza tra i due coniugi è anche evidente sia a livello intellettivo, sia anche a livello culturale e sociale, e questo squilibrio è a favore della donna.
Generalmente la madre è abbastanza colta e in grado di esprimersi con proprietà di linguaggio. Spesso ha avuto una formazione medica o infermieristica senza necessariamente essere diplomata o laureata. E´ affascinata dalla medicina e segue con interesse i programmi medici in tv leggendo riviste e dizionari di medicina. Si trova a suo agio nell’ambiente ospedaliero collaborando anche con il personale sanitario e nessuno dubita di lei quando espone la sintomatologia. La diagnosi spesso arriva di sorpresa perché la madre viene ritenuta un esempio di genitore amorevole.
Nella madre gli aspetti patologici sono le reazioni paranoidi, la convinzione maniacale che il figlio sia davvero malato e la personalità sociopatica (un disturbo del carattere in cui un modo di fare affascinante e subdolo permette di sfruttare gli altri violando le norme sociali e legali, senza provare alcun senso di colpa o rimorso).
Un comportamento sociopatico, ad esempio, è quello della madre che falsifica la lettera di un medico per dimostrare ad un altro sanitario che il figlio è malato oppure interrompe la cura di antibiotici per endovena del figlio oppure gli preleva il sangue per farglielo bere (in modo che i test di laboratorio suggeriscano un´emorragia interna).
In conclusione, effettivo o immaginario che sia, chi è colpito da questa sindrome sta molto male, spesso fisicamente, ma soprattutto psicologicamente e necessita pertanto di un congruo supporto e aiuto.

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A presto Dr. Alloggio A. A.

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