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Iperprotezione: i danni dell'amore genitoriale

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famigliaEssere genitore e fare il genitore non è la stessa cosa. Per la seconda opzione basta fare-adottare un figlio, per la prima no. Un genitore infatti diventa tale quando non assume di averne il diritto per conseguenza logica, legale e biologica. Provocazioni? Forse. O forse no.

Vero è che da figli si è protagonisti-osservatori di come la genitorialità viene esercitata con noi e su di noi, ed altrettanto vero è che quando ci si trova ad esercitarla a nostra volta (volenti o nolenti) ci si dovrà misurare con quello che, a suo tempo, questa esperienza ha significato e lasciato impresso. Così molti replicano inconsapevolmente quanto appreso, altri lo rovesciano volontariamente, altri ancora oscillano, tra condizionamenti e confusioni.

Il punto è che spesso un percorso di counseling familiare incontra proprio questo intreccio di apprendimenti e confusioni e perciò fa i conti con una evidenza numerica: la quantità di danni causati dall’iperprotezione.

 

I genitori d’oggi sono fermamente schierati sulla sponda del fiume della preoccupazione e della paura, i pericoli rappresentati dal mondo appaiono loro moltiplicati ed ingranditi rispetto al parametro che usano per misurarli e ciò li arma di ferree intenzioni difensive, di coriacee convinzioni sostitutive e di azioni tese ad “evitare che…”. Mai come in questo caso vale l’adagio che recita: la via per l’inferno è lastricata di buone intenzioni, infatti a furia di difendere, sostituirsi ed evitare, accade che i figli crescano senza avere né la possibilità, né tantomeno l’autorizzazione a fare sane esperienze anche fallimentari, anche frustranti, anche negative, con il triste risultato di sviluppare una spina dorsale tutt’altro che capace di sostenerli.

 

La noia, gli eccessi, l’apatia, l’incostanza, l’arroganza, i capricci, come anche la mancanza di responsabilità, di progettualità, di empatia, di efficacia non sono solo e semplicisticamente l’ovvia conseguenza di un tempo e di una società, sarebbe come dire che in casa nostra noi siamo ospiti e a decidere sono sempre e solo i nostri vicini. È una lettura un po’ troppo comoda. I figli rimandano invece come fossero specchi l’immagine riflessa di ciò che vivono, vedono e che viene loro implicitamente richiesto. Eppure di fronte a ciò moltissimi genitori si voltano dall’altra parte.

 

Esempio: una madre vorrebbe che la figlia (adolescente) fosse più “matura” e “responsabile” eppure non le ha mai affidato nessun compito, nessun coinvolgimento domestico, niente che ne nutrisse l’autonomia e la crescita; certo è socialmente encomiata la madre tuttofare, che lavora, pensa alla casa e ai familiari, agisce con efficienza e rapidità, è lei quella donna che può sentirsi indispensabile, buona e presente, ma alla figlia cosa accade? Se nessuno le concede lo spazio per riuscire né quello per sbagliare, se le spiegano a parole cosa ci si aspetta da lei, ma di fatto non le è mai stata accordata alcuna esperienza, se il beneplacito a tentare e ritentare nessuno l’ha mai dato, se all’avanzare degli anni non è corrisposto l’avanzare dei diritti e quello dei doveri allora questa ragazza quali opzioni di sviluppo emotivo, cognitivo, comportamentale ha avuto e avrà?

 

Molti genitori sono tanto disposti ad accettare questo discorso in linea di massima quanto meno lo sono in linea di discendenza. Ragionevolezza ed equilibrio verso il loro “fuori”, miopia e terrore verso il loro “dentro”. Così il lavoro di counseling diventa anche una paziente danza di contenimenti, rassicurazioni, ma anche di inviti, spiegazioni e “ramanzine”, affinché quel gruppo di porcospini che Schopenhauer descriveva intenti nel cercare la “giusta” distanza, in una rivisitazione in chiave familiare, riescano a considerare anche il punto di vista degli aculei, accettandone la natura senza volere per forza mozzarne la punta.

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