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E' la relazione che cura, anche in ospedale!

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dottoresseUn amico medico, mi ha fatto notare che ha visto cambiamenti di comportamento in positivo negli infermieri e medici che curavano suo padre a seguito di un suo atteggiamento che dava loro riconoscimento e simpatica attenzione, ma quando uno è sofferente le cose cambiano. Il paziente ha bisogno di ricevere innanzitutto, non solo cure mediche, ma anche attenzioni, comunicazione e ascolto. Generalmente non è in condizione di dare. Le parti si invertono. I medici sono per professione “ care givers” e ci si aspetta da loro cure, accoglienza, comprensione e accettazione incondizionata.

Infatti molto spesso le malattie sono somatizzazioni, anche strumentalizzazioni per riuscire ad avere ciò che per altre vie non si riesce ad avere in termini affettivi. Chi è malato può concedersi di stare nel ruolo della vittima cosa che da anche il vantaggio del poter chiedere e ricevere.

Anche negli ospedali c’è bisogno di comprensione empatica, ovvero i malati necessitano di essere ascoltati veramente, non solo a livello di contenuti, ma di essere riconosciuti col proprio sentire e le proprie emozioni del momento. La degenza è una fase di vita delicata in cui una persona acquisisce consapevolezza del proprio non buono stato di salute che lo porta ad essere, anche se solo momentaneamente, debole e impotente. Il malato diviene facilmente fragile, bisognoso di calore umano. Può sentirsi anche inconsciamente in colpa per avere sviluppato una patologia. Di fatto la comunicazione tra medici e pazienti non pare tenere conto di questi aspetti, è molto carente e non soddisfa invece questo bisogno. Il fatto che i camici bianchi diano sempre meno spiegazioni ai loro assistiti o forniscano informazioni frammentarie e frettolose, genera incomprensioni, a volte frustrazioni e una conflittualità, anche in ambito sanitario, in forte crescita. Tanto che in questi ultimi anni s’è assistito a un boom di cause contro medici con richieste di maxi-risarcimenti. E’ difficile provare questo tipo di danni e con un’altissima percentuale le cause vengono poi archiviate, ma il dato oggettivo è sintomatico di un malessere relazionale.

Curare le relazioni innanzitutto può valere la pena, anche in termini economici.

Il malato è fondamentalmente una persona che richiede accoglienza, punti di riferimento sicuri, spiegazioni chiare,  per potersi affidare con fiducia. Nelle grandi strutture ospedaliere, fiore all’occhiello nella regione Emilia Romagna del sistema sanitario nazionale, i medici di uno stesso reparto sono tanti. Spesso affiancati da specializzandi e tirocinanti. Non di rado il paziente fatica a riconoscere in uno di loro un punto di riferimento. Si preoccupano fondamentalmente di aspetti tecnici, magari ai massimi livelli, ma rimane inefficace la loro comunicazione sul piano emotivo. Il medico capace di accogliere senza giudizio l’ansia di un paziente semplicemente dandogli presenza e ascolto, può conquistare la sua fiducia sicuramente meglio che prescrivendogli solo farmaci.  In un contesto di relazione efficace il malato può divenire collaborativo e capace di attivare le proprie risorse personali e arrivare alla guarigione più prontamente. La sinergia tra le risorse emotive messe in gioco, unitamente alle competenze tecniche, può portare a migliori risultati. In quest’ottica è auspicabile che la formazione del personale medico e para-medico tenga sempre più conto degli aspetti umanistici e relazionali.

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