i riti di passaggio Gennep

I riti di passaggio

Un classico della letteratura antropologica pubblicato nel 1909 a firma di Arnold Van Gennep ha segnato una svolta agli studi delle usanze e del rituale nelle sue varie forme.

Inizialmente il testo spiega in poche pagine la teoria del rito di passaggio in modo semplice e discorsivo, tipico dello stile dell'epoca per i trattati antropologici. La trattazione vanta una casistica molto vasta e spazia nei diversi sistemi culturali conosciuti all'epoca.

La parte che riguardava il passaggio all'età adulta trovava modalità più o meno cruente sino alla copertura con un lenbo di un mantello delle bambine del villaggio (molto piccole) ritenute abbastanza grandi per essere introdotte alla vita adulta. Consisteva nel rituale di coprire le bimbe utilizzando un mantello da parte di un uomo adulto (sconosciuto al clan, un individuo di passaggio) che preannunciava la violenza sessuale della stessa bambina da li a pochi giorni.

 

 

Le torture fisiche per rimpicciolire piedi o allungare colli per aggradare uno standard di bellezza che prevedeva inumane conseguenze ad esempio per le fedifraghe che se ritenute tali dovevano, in un caso sfasciare le bende che contentevano i piedi o meglio le calcificazioni delle fratture ossee multiple derivate dalla costrizione forzata sin dalla nascita (provocando il relativo dolore inumano che rendeva le donne incapaci di reggersi in piedi, camminare o altro) o l'eliminazioni delle collane utilizzate per allungare a dimisura il collo che comportava una incapacità di sorreggere il cranio perchè le vertebre erano state allontanate le une dalle altre e la muscolatura mai utilizzata rendendo tali donne incapaci di qualsiasi autonomia (degluttire, mangiare, guardare in qualche direzione se non sorregendosi il capo con entrambe le mani; che di fatto impediva loro di compiere altre azioni oltre alla vulnerabilità altissima per lesione delle vie spinali ecc.) e perciò condannate alla morte. Il sistema di valutazione dell'effettivo superamento del rito di passaggio, quando esso prevedeva delle lesioni sul corpo o delle danze sfrenate attorno a dei pali dove i giovani che desideravano far parte dei guerrieri si legavano tramite dei cavi all'apice della palizzata con la fascia muscolare della parte superiore del torace sino a quando le danze e le trazioni forzate non comportavano la lacerazione dell'intera fascia muscolare. Chi non moriva di infezione o per il dolore poteva morire in seguito cercando di catturare grandi predatori allo scopo di nutrire il villaggio e dimostrarsi coraggioso.

Citati riti di passaggio dove era prevista una festa e la partecipazione di tutti i componenti della comunità, riti solitari o riservati all'appanaggio di alcuni saggi che decidevano... chi si affidava a rituali religiosi; nella trattazione sono presenti tantissime espressioni.

 

A mio parere sono stati scelti e a volte un pò rivisti per farli ricadere nella descrizione della teoria espressa nelle prime pagine, una sorta di conferma della stessa, ma indubbiamente validabile comunque.

Interessante per capire in quali modi le varie culture si porgono nei confronti di tali passaggi e per una limpida valutazione dei riti anche presenti nella nostra cultura, religione, famiglia.

Capire se la persona che abbiamo di fronte, sta vivendo il dilemma del diventare grande e l'incertezza del passaggio da un ruolo al successivo che spesso non è così chiaro. Per gli aspetti della vita in generale o per un certo aspetto della sua vita (sociale, culturale, emotiva, affettiva). Il passaggio tra lo studente e il lavoratore che spesso coincide con lo stigma sociale del disoccupato; del giovane che diventa genitore; ecc. 

Possiamo prendere spunto da questo trattato anche in funzione delle persone che solo apparentemente sono adulti senza aver mai affrontato il rito di passaggio a tale età.

Buona lettura.

Dott.ssa Daniela Confetti

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