La scimmia rossa

La scimmietta rossa 
scimmia rossa


C'era una volta un paese dell'Africa molto lontano in cui vivevano solo scimmie. Non erano scimmie normali, o meglio, avevano di strano solo il colore della pelliccia. Tra le scimmie ce n'era una col pelo di un bel rosso rubino, per questo era chiamata scimmiotta rossa. I suoi genitori, la Signora Rosa e il Signor Bianco erano persone semplici, come tutti in paese del resto, le scimmie erano pacifiche, amavano dar feste e erano tutte estremamente sagge e intelligenti. Erano molto coraggiose, avevano paura di una sola cosa al mondo: la Signora Tigre. La Signora Tigre era una tigre molto cattiva, ogni anno faceva strage di Scimmie solo per divertimento La nostra storia comincia in una bella giornata di maggio: la Scimmietta Rossa stava giocando insieme alle amiche, le vide Tigre e pensò fra sé e sé: “Ecco pronto il mio pranzo!”.

 

La perfida tigre si travestì da scimmia e, un poco goffa, iniziò a saltare da liana in liana. “E tu chi saresti?”, chiese Scimmietta Rossa, “Io sono una anziana scimmia che si è persa nella giungla, vorrei solo tornare a casa! Vi prego, aiutatemi!”, l'ingenua scimmietta acconsentì. Appena usciti dal paese Tigre balzò davanti a Scimmietta Rossa dicendo: “Ah ah, ti ho presa!“.

La scimmietta, presa dal panico, tirò sulla testa della tigre una pesantissima noce di cocco e la tigre cadde a terra svenuta. Intanto nella sezione segreta del palazzo reale alcune scimmie si erano accorte che la tigre aveva rapito la povera Scimmietta Rossa. Avevano riferito al re che una scimmietta era stata rapita dalla loro più crudele nemica. Tutte le scimmie-guerriere si stavano dirigendo fuori dal paese per cercare Tigre. Quando la trovarono rimasero tutti a bocca aperta: pensavano che fosse in pericolo e invece stava benissimo. La tigre era a dir poco ridicola con il suo gonnellino di foglie a ballare una strana danza per farsi perdonare dei crimini compiuti. Da allora tutte le scimmie furono immensamente grate e devote a Scimmietta Rossa, così eressero una statua in onore della loro eroina. Per quanto riguarda Tigre, lei rimase con le scimmie a badare ai cuccioli e divenne proprio una brava cittadina.

di Valeria Campisi 

 

Il potere delle metafore. La fiaba qui sopra è stata scritta per invogliare il sonno dei bambini, l’età consigliata è quella della scuola dell’infanzia (3/5 anni), non entra in merito alle modalità per attuare una sana routine del riposo. Per la programmazione si rimanda alla lettura del libro “fate la nanna”  commentato non molto tempo fa insieme al testo “il coniglio che voleva addormentarsi. La fiaba qui sopra è trattata in modo differente dalla modalità ipnogena che invece troviamo per il libro “il coniglio che voleva addormentarsi”. In questa fiaba non sono contenute parole che riportano dei rimandi inconsci o delle ripetizioni cicliche con rimandi o inclinazioni della voce (suggeriti) per raccontarla. Si limita a riportare una storia semplice che, nonostante contenga il riferimento ad una tigre malvagia, e la possibilità di pericolo per la protagonista quando si trova ad affrontare la crudele belva; si risolve nel più sereno dei modi e l’aspetto malvagio si riscatta al punto che nel futuro si occuperà dei cuccioli dopo aver fatto una buffa danza per chiedere scusa delle sue malefatte.

Riconciliazione della parte oscura, la punizione, la penitenza e la redenzione. La possibilità che questa fiaba, sia raccontata da un counselor dopo aver reso empatico il rapporto con il/la bambino/a, accogliendo le eventuali impressioni personali dell’ascoltatore/rice; introducendo la proposta di far leggere ai genitori la stessa fiaba ogni sera prima di addormentarsi, accogliendo il parere che ne potrebbe scaturire e solo se positivo consegnare la fiaba trascritta con le indicazioni necessarie ai genitori. Questo approccio, come farebbe un comando post ipnotico, potrebbe agevolare il rapporto d’aiuto tra counselor famiglia e minore e il conseguente controllo e miglioramento del disturbo del sonno.

In alternativa si suggeriscono le seguenti altre favole:

Il palazzo di gelato

Una volta, a Bologna, fecero un palazzo di gelato proprio sulla Piazza Maggiore, e i bambini venivano di lontano a dargli una leccatina. Il tetto era di panna montata, il fumo dei comignoli di zucchero filato, i comignoli di frutta candita. Tutto il resto era di gelato: le porte di gelato, i muri di gelato, i mobili di gelato. Un bambino piccolissimo si era attaccato a un tavolo e gli leccò le zampe una per una, fin che il tavolo gli crollò addosso con tutti i piatti, e i piatti erano di gelato al cioccolato, il più buono. Una guardia del Comune, a un certo punto, si accorse che una finestra si scioglieva. I vetri erano di gelato alla fragola, e si squagliavano in rivoletti rosa. – Presto, – gridò la guardia, – più presto ancora! E giù tutti a leccare più presto, per non lasciar andare perduta una sola goccia di quel capolavoro.

- Una poltrona! – implorava una vecchiettina, che non riusciva a farsi largo tra la folla, – una poltrona per una povera vecchia. Chi me la porta? Coi braccioli, se è possibile. Un generoso pompiere corse a prenderle una poltrona di gelato alla crema e pistacchio, e la povera vecchietta, tutta beata, cominciò a leccarla proprio dai braccioli. Fu un gran giorno, quello, e per ordine dei dottori nessuno ebbe il mal di pancia. Ancora adesso, quando i bambini chiedono un altro gelato, i genitori sospirano:

- Eh già, per te ce ne vorrebbe un palazzo intero, come quello di Bologna.

La passeggiata di un distratto

- Mamma, vado a fare una passeggiata.

- Va’ pure, Giovanni, ma sta’ attento quando attraversi la strada.

- Va bene, mamma. Ciao, mamma. – Sei sempre tanto distratto.

- Sì, mamma. Ciao, mamma. Giovannino esce allegramente e per il primo tratto di strada fa bene attenzione. Ogni tanto si ferma e si tocca. – Ci sono tutto? Sì, – e ride da solo. È così contento di stare attento che si mette a saltellare come un passero, ma poi s’incanta a guardare le vetrine, le macchine, le nuvole, e per forza cominciano i guai. Un signore, molto gentilmente, lo rimprovera:

- Ma che distratto, sei. Vedi? Hai già perso una mano.

- Uh, è proprio vero. Ma che distratto, sono. Si mette a cercare la mano e invece trova un barattolo vuoto. Sarà proprio vuoto? Vediamo. E cosa c’era dentro prima che fosse vuoto. Non sarà mica stato sempre vuoto fin dal primo giorno… Giovanni si dimentica di cercare la mano, poi si dimentica anche del barattolo, perché ha visto un cane zoppo, ed ecco per raggiungere il cane zoppo prima che volti l’angolo perde tutto un braccio. Ma non se ne accorge nemmeno, e continua a correre. Una buona donna lo chiama: – Giovanni, Giovanni, il tuo braccio! Macché, non sente.

- Pazienza, – dice la buona donna. – Glielo porterò alla sua mamma.

E va a casa della mamma di Giovanni.

- Signora, ho qui il braccio del suo figliolo.

- Oh, quel distratto. Io non so più cosa fare e cosa dire.

- Eh, si sa, i bambini sono tutti così. Dopo un po’ arriva un’altra brava donna.

- Signora, ho trovato un piede. Non sarà mica del suo Giovanni?

- Ma sì che è suo, lo riconosco dalla scarpa col buco. Oh, che figlio distratto mi è toccato. Non so più cosa fare e cosa dire.

- Eh, si sa, i bambini sono tutti così. Dopo un altro po’ arriva una vecchietta, poi il garzone del fornaio, poi un tranviere, e perfino una maestra in pensione, e tutti portano qualche pezzetto di Giovanni: una gamba, un orecchio, il naso.

- Ma ci può essere un ragazzo più distratto del mio? – Eh, signora, i bambini sono tutti così. Finalmente arriva Giovanni, saltellando su una gamba sola, senza più orecchie né braccia, ma allegro come sempre, allegro come un passero, e la sua mamma scuote la testa, lo rimette a posto e gli dà un bacio.

– Manca niente, mamma? Sono stato bravo, mamma?

 – Sì, Giovanni, sei stato proprio bravo.

 

La strada di cioccolato

Tre fratellini di Barletta una volta, camminando per la campagna, trovarono una strada liscia liscia e tutta

- Che sarà? – disse il primo.

- Legno non è, – disse il secondo.

- Non è carbone, – disse il terzo.

Per saperne di più si inginocchiarono tutti e tre e diedero una leccatina. Era cioccolato, era una strada di cioccolato. Cominciarono a mangiarne un pezzetto, poi un altro pezzetto, venne la sera e i tre fratellini erano ancora lì che mangiavano la strada di cioccolato, fin che non ce ne fu più neanche un quadratino. Non c’era più né il cioccolato né la strada.

- Dove siamo? – domandò il primo.

- Non siamo a Bari, – disse il secondo.

- Non siamo a Molfetta, – disse il terzo. Non sapevano proprio come fare. Per fortuna ecco arrivare dai campi un contadino col suo carretto.

- Vi porto a casa io, – disse il contadino. E li portò fino a Barletta, fin sulla porta di casa. Nello smontare dal carretto si accorsero che era fatto tutto di biscotto. Senza dire né uno né due cominciarono a mangiarselo, e non lasciarono né le ruote né le stanghe. Tre fratellini così fortunati, a Barletta, non c’erano mai stati prima e chissà quando ci saranno un’altra volta.

Che ne dite di provare a raccontarle stasera ai”belli addormentati”? Chissà 1quale sarà la loro preferita.

Fonti delle ultime tre favole “Favole al telefono” – Gianni Rodari, 1962
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